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“Prologo celeste nell’atelier di Anselm Kiefer” – recensione di Mario Pisani

“Prologo celeste nell’atelier di Anselm Kiefer” – recensione di Mario Pisani

Autore: redazione
pubblicato il 28 Marzo 2024
nella categoria Recensioni Testi

Davvero indovinato l’incipit che apre un volume denso, magmatico, con molti brani che suscitano il desiderio di essere riletti per fermarli nella memoria intrecciati allaseduzione delle immagini, alcune scattate dallo stesso Kiefer. Bloccano lo sguardo. Lo costringono a riflettere. Incitano a visitare la prossima mostra a Palazzo Strozzi a Firenze. Recita Mi interessa tutto, dai licheni alle nuvole. È tratto da Praeterita l’autobiografia di John Ruskin. Un buon auspicio per il viaggio a Barjac, in Francia. Nel tentativo di scoprire i segreti di un artista rabdomante e mago, consapevole che “la vita inizia con le lacrime e gli escrementi”. Capace di cogliere i segnali del disfacimento della nostra contemporaneità eraffigurarli in ampia dimensione. Tra corde che legano il nulla, veste di bimbe annegate nel colore, fili d’oro persi nel marasma. Anche altro viene raffigurato in ampiadimensione. Opere che scaturiscono da una lunga, lenta gestazione. Tiene insieme la ricchezza visiva di un espressionismo astratto e argomenti densi di significato. Sintesi che unisce forma e contenuto, concreto e ideale, arte e vita.

Nascono così opere aspre e di spessore dove dominano tinte cupe, terrose. Pronte ad accogliere materiali eterogenei: cretti, sfoglie, stratificazioni. Accentuano la tridimensionalità di opere che evocano storie e leggende, miti e tradizioni, lutto e nostalgia, senza ignorare percorsi inediti che giungono al sacro.

Qui, in questa sorta di città in miniatura composta di settanta edifici pieni di enormi installazioni, atelier e biblioteca, laboratorio alchemico dove il piombo si combina con la terra, la paglia con la cenere. Archivio di memorie che tornano a visitare le rovine dell’esistenza, la capacità di immaginare si trasforma in opera concreta che supera l’atto e il concetto. In questo luogo, insieme ad altri e nelle città mondo dove deposita le sue creazioni, abita poeticamente su questa terra Anselm Kiefer, artista del tempo presente. 

Qui il critico incontra l’artista, nel suo mondo magico e materico. In Francia, grazie a Jack Lang che comprendendone il valore ha offerto a Kiefer la sede dove ha trasportato il materiale prodotto negli studi in Germania. A Barjac, nella cittadina museo, a La Ribaute, un’antica seteria di 350mila mq. Cresciuta di vari livelli e trasformata in un intrigo di tunnel sotterranei intrecciati tra loro. Tempio dell’assenza che suscita angoscia e a Croissy, nell' Île-de-France, dove trova nell’arsenale spazio espositivo, quello necessario per il respiro cosmico della sua poetica.

Vincenzo Trione esplora luoghi inaccessibili come un pellegrino sedotto e ammaliato. Ne coglie i misteri che svela al lettore in una escursione nei segreti custoditi nella mente dell'artista. E placa l’ossessione per quel mondo scoperto al Moma di New York nell’autunno 1988, nei giorni della consacrazione americana dove ha modo di vedere settantacinque dipinti, sculture, libri, pezzi fotografici e acquerelli. "Un esame e una comprensione della civiltà umana, passata e presente, generalmente considerata attraverso temi monumentali del paesaggio e dell'architettura combinato con un'iconografia tratta da fonti letterarie, culturali, religiose e storiche” come scrive Mark Rosenthal in quel catalogo.

A cosa allude la macchina da cucire avvolta da un groviglio di rovi, traccia sopravvissuta al tracollo della casa natale di Donaueschingern? A un misurarsi con la memoria dove affronta la tematica del nazismo e il dramma della Shoah. In alcune fotografie lo raffiguranoche fa il saluto nazista in diverse situazioni, ma “nulla è davvero quello che sembra”. Allude ad un passato che non può essere rimosso o cancellato. I germi dell'autoritarismo e la brama del potere possono insinuarsi nella psiche di ognuno. Lo constatiamo in un mondo che continua a vivere una inarrestabile tragedia e spetta all’arte il dovere di mostrarla. Kiefer è ben consapevole dell’attuale situazione, della dimenticanza di ciò che è avvenuto, ad iniziare dal dramma dell’olocausto. E di come si sta articolando la società contemporanea, nella sua forma più tremenda. Di ciò che avviene in un altrove così vicino eppure estraneo per l’incapacità di porvi rimedio. 

Coglie pienamente la perdita del mito che cerca di rintracciare attraverso i simboli. L’assenza da parte dell'uomo contemporaneo di una sensibilità spirituale condivisa e giunge alla conclusione che l'arte debba essere creata fine a sé stessa, con un linguaggio rinnovato e reinventato. Per realizzare ciò a Kiefer non basta esprimere lo stato delle cose, supera la realtà patinata più che realista di Andy Warhol per proporre una rigenerazione dell’individuo e della società in una sorta di nuove icone sacre come quelle realizzate a Venezia: cimiteri delle speranze. O in bilico, pronti al controllo, alla loro riduzione in rovine come testimoniano I Sette Palazzi Celesti, esposti al Pirelli Hangar Bicocca di Milano: Sĕfirōth, Melancholia, Linee di Campo Magnetico e la Torre dei Quadri Cadenti. Grigi relitti dai nomi impossibili, messaggio escatologico in grado di esprimere la loro sacralità. Afferma infatti: “So solo una cosa: l’arte è una necessità. Per la scienza e la politica, essa non ha un’utilità concreta. Invece, senza l’arte non c’è nulla. Quando tutto sarà finito, l’arte continuerà”. 

Trione si inoltra per questa strada. Ne traccia il profilo.Indaga nel suo metodo compositivo riportando la frase. “Vado alla mia libreria e, a caso, ne estraggo un volume e ne sfoglio le pagine. Nella maggior parte dei casi, è il libro giusto e orienterà la mia giornata. È un piccolo rito. Poi, vado in studio con un’idea precisa, che spesso si rileva sbagliata. Parto da quella intuizione. Ma presto l’abbandono, perché mi pare banale, ingenua. Resta, in me, un senso di disperazione. È il disincanto che si prova di fronte a un’aspettativa delusa. Uno stato d’animo che mi ha portato ad accatastare, nei miei capannoni, tante opere interrotte”. Una sorta di non finito che evoca iprigioni di Michelangelo. Kiefer inizia il viaggio consapevole di quale sia il punto di partenza, ma ignorando quello d’arrivo. Sa però che è proprio l’opera che sta realizzando a rivelargli il possibile approdo.  

In questa lunga via crucis il critico riporta l’illuminazione di Tiresia. Kiefer dipinge senza vedere, con occhi disorientati, fissi sull’altrove, pronti a mettere a fuoco e a sfocare, a spiare nel buio e a filtrare la luce, ad aprirsi e a chiudersi. L’ispirazione a Turner, l’influenza di Constable, e soprattutto l’aiuto, la collaborazione della natura fornisce immagini e strumenti. Senza ignorare l'influenza più significativa. Si deve all'artista concettuale Joseph Beuys, con il quale ha studiato dal 1971 al 1973. La sua ricerca va oltre, anche molto indietro nel tempo, alla nascita dell’umanità: nelle grotte di Lascaux o in quella di Chauvet. L’obiettivo? Andare a caccia di immagini al limite del pensabile.

Vincenzo Trione, Prologo celeste nell’atelier di Anselm Kiefer, Giulio Einaudi Editore, Torino 2023 p, 363 con 70 foto a colori, €36,00