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Osservando i marmi bianchi della Tholos di Delfi – recensione di Mario Pisani

Osservando i marmi bianchi della Tholos di Delfi – recensione di Mario Pisani

Autore: redazione
pubblicato il 3 Marzo 2024
nella categoria Recensioni Testi, Senza categoria

Nel corso del tempo, per ampliare lo spazio dedicato alle nuove tecnologie e alle materie scientifiche, i Dipartimenti di Architettura hanno subito un forte ridimensionamento dei corsi dedicati alla storia che, alla fondazione delle facoltà, svolgevano la parte del leone, insieme alla composizione architettonica. Di conseguenza gli studenti iniziano i corsi con lo studio del Rinascimento, saltano a piè pari l’architettura greca, romana e il medio evo, per giungere velocemente al Novecento. Ciò comporta che ci si laurea in architettura non avendo visitato, accompagnati dal docente, neppure il Colosseo o gli scavi di Pompei. Anche per contrastare l’attuale situazione occorre diffondere l’apprezzato lavoro di Attilio Pizzigoni che ricostruisce in modo romanzato ma con l’autorevolezza scientifica che attesta l’ampia bibliografia, le vicende della suggestiva Tholos di Atena Pronaia. Si tratta di un esempio mirabile delle antiche rovine di Delfi e tra i monumenti più significativi dell'architettura occidentale. Di essa è sopravvissuto solo il crepidoma e tre colonne, ma rappresenta l’archetipo di fondazione dell’architettura greca e un esempio emblematico di ciò che è avvenuto dopo la sua realizzazione.  

L'incipit coglie lo spunto dal classico viaggio di studio dei marmi della Tholos, mentre “lo stridore delle cicale riempiva l’aria di quella sacralità che hanno solamente i luoghi archeologici”. La Pizia, una sorta di Virgilio che evoca con frasi brevi e puntuali i detti dell’antica Sibilla,accompagna l’autore con il passato che incalza alle spalle e il futuro che sbarra la strada. L’interrogativo che accompagna la narrazione è quello che si è posto Le Corbusier. Lo stesso che torna nel titolo del libro. Cosa ha provocato il crollo dei templi greci? 

L’indagine inizia dall’oscura origine del progetto basatosulla geometria euclidea e l’unità di misura individuata nel piede di sedici dattili che per la Tholos si identifica in cm. 30,56. In successione l’attribuzione del nome all’artefice: Teodoro il Foceo, lodato da Vitruvio, che all’inizio del IV secolo a C. su un basamento di tre gradini in marmo pentelico ha innalzato 20 colonne doriche con metope che raffiguravano la centauromachia e l’amazzonomachia. Un capolavoro replicato a Tivoli,nella Villa di Adriano, col tempio dedicato a Afrodite Cnidia. Va ricordato che mentre l’architettura romana si basa sull’utilizzo di grandi masse murarie in laterizi e malte cementizie quella greca si innalza grazie agli equilibri strutturali di blocchi lapidei aggregati tra loro. La Tholos, circolare e simmetrica, rappresenta la sintesi del tempio dorico e apre ad una nuova era portatrice dell’unità delle arti. Il tempio, dove abita la divinità, rappresenta l’asse che lega la terra al cielo, la materia e l’idea. Come sostiene Pizzigoni proprio allora avviene “il superamento del mito senza rinunciare all’ebbrezza del sogno, con l’apollineo e il dionisiaco che si sommano invece di escludersi”.

Significativa la presenza della cupola perché assume un valore esplicito tra i simboli della città nei quali si riconosce una comunità. Così è avvenuto per Santa Sofia a Costantinopoli e Santa Maria del Fiore a Firenze, fino a San Pietro a Roma e al Campidoglio di Washinton. A Delfi la Tholos esemplifica il sapere collettivo che si riconosce nella geometria e nella matematica come l’intera comunità si distingue e identifica in essa. 

Pizzigoni, avanza l’ipotesi, sostenuta dallainterpretazione delle tegole marmoree trapezoidali e a forma di lancia, definite “forma-forza e auto-stabilizzanti”, che fossero proprio questi elementi a svolgere la funzione della copertura ad archivolto. A ciò si aggiunge la convinzione che l’intera costruzione fosse stata realizzata da un numero ristretto di elementi, in base al noto detto “non una sola pietra in più di quelle necessarie, ma neppure una in meno”. Ne scaturisce la certezza che l’opera fosse formata dai blocchi di calcare della fondazione su cui si sommano le lastre del crepidoma e quindi le colonne e i capitelli a cui si aggiungono le cornici e gli acroteri della copertura, il tutto montato con una tecnologia a secco. Da questo studio scaturisce l’ipotesi del perché siano crollati i vari elementi. La soluzione proviene dall’analisi dei triglifi la cui rottura è avvenuta per tutti nello stesso modo. Essa è stata provocata da una forza riconoscibile che ha agito in modo uniforme ed è causa del collasso per taglio. L’equilibrio si è rotto quando sono stati asportati i pesi derivati dalle statue e dai geison ovvero la parte aggettante sopra il fregio. 

I secoli successivi hanno lasciato posto all’incuria, ma sono stati i Romani, i Bizantini, i Veneziani e l’intero Occidente, fino ai nostri giorni che, appropriandosi delle parti più evidenti di tali architetture ne hanno provocato il crollo, ignorando la bellezza che l’ha modellata. Ad Attilio Pizzigoni si deve l’eccellente ricostruzione.

In copertina: Attilio Pizzigoni, Osservando i marmi bianchi della Tholos di Delfi Perché sono crollati i templi greci, Cristina Mariotti Edizioni Milano, p, 168 con alcune foto in b. e n.€ 20.00.