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Lettera a LPP su Carlo Scarpa

Lettera a LPP su Carlo Scarpa

Autore: redazione
pubblicato il 29 Giugno 2023
nella categoria Parole

Egregio Collega, i miei complimenti dopo la lettura del Suo articolo su Carlo Scarpa. Io sono uno scarpiano della seconda generazione, la prima furono Pastor, Rudi, Los la Michelina Michelotto ed altri, io ero solo un " tosetto di studio" , facevo la punta alle matite, ascoltavo, imparavo, traducevo i disegni del Professore in un qualcosa di leggibile da parte degli artigiani. Conservo ancora alcuni Suoi disegni, tracciati su di una sottilissima carta da lucido che si strappava solo a guardarla, segni, su segni, su segni. Fa parte della mia vita e basta. Non sono mai andato in giro a vantarmene, ne ho mai osato dirmi " allievo" , sempre e solo " tosetto di bottega" perché lavorare con Lui era lavorare " a bottega ". C'erano cose che non capiva o meglio non voleva capire, semplicemente non lo interessavano, non erano per lui essenziali. Quando osai dirgli che usare ferro in un ambiente salino come Venezia non garantiva una durata nel tempo, mi disse: ma è così bella l'ossidazione del metallo, capisci che è vivo! Sceglieva le tavole per il getto di CLS. In base alla venatura del legno, in base ai nodi, che dovevano imprimersi sul cemento. Quando lavorai , sempre come " tosetto" al "borsino " della Banca di Verona, come assistente di Arrigo Rudi, a sua volta assistente del Professore quante cose ho imparato. Altri, purtroppo mio quasi coetaneo e compagno di corso, copiava e poi andava in giro per le riviste di architettura a " proporre" i suoi progetti. Dai 1986 ho iniziato a lavorare in Querini, mi sono specializzato in ingegneria antincendio e mettere le mani per salvaguardare un tale patrimonio era una impresa ardua e intrigante. Trovare soluzioni tecnicamente valide salvaguardando le preesistenze non fu facile. Stesi un progetto, superò brillantemente tutti gli ostacoli burocratici e tecnici, fu approvato da Sovrintendenza e VV.F. poi.........arrivo " Lui". Evito di pronunciarne il nome, ma avrà ben compreso a chi mi riferisco. Alcuni esempi: per aggirare i vincoli tecnici e normativi avevo progettato un auditorium di 80 posti più due salette da 25 posti cadauna collegate alle conferenze tramite uno schermo. No! Egli volle 109 posti, costringendoci a dare corso ad un iter autorizzativo complesso . Gli feci osservare che l'altezza dei piani nei palazzi veneziani non è costante, può variare in ragione della sezione delle travi utilizzate, perlopiù alberi del Cansiglio. Quindi, tenerne conto nel distribuire le pur minime differenze " spalmandole" sull:alzata dei gradini della nuova scala centrale. Risultato: un piccolo stacco tra l'ultimo gradino e il pianerottolo di arrivo dove tutti o quasi inciampano. Potrei continuare. Io ho continuato a fare il " tosetto " e basta, a cercare di ragionare e di conseguenza non fare troppi errori. Nel 2017 fui allontanato dalla Querini con una mail. Motivo: rompevo troppo le scatole e mi rifiutavo di firmare i " tu intanto firma, poi si farà" canamente disegnati dal " maestro". Scusi se mi sono dilungato. Io resto fieramente un " tosetto" anche se l'età avanza. Non ho mai ricercato ne la fama ne tantomeno un successo economico, ma forse ho fatto cose di cui altri potrebbe stupirsi. Mi perdoni questo piccolo peccato di orgoglio. Un sempre buon lavoro, un cordiale saluto 

Prof.Arch Giuseppe Bellei Mussini, già docente r.o. di Tecnologia delle costruzioni

P.S. con preghiera di considerarmi sempre e solo un "tosetto di bottega".                
Un aneddoto: quando ai primi degli anni '80 ebbi l'onore di lavorare all'opera di restauro di Ca'Pesaro, in cantiere circolava la voce " xe riva' n'architetto, mah! " Nessuno tra gli operai in cantiere mi rivolgeva un minimo di attenzione, finché un giorno , osservando un muratore intento a realizzare un cuci scuci in un vecchio muro, mi permisi di dire" forse se facesse in modo diverso non sarebbe meglio?" Offesissimo mi buttò letteralmente in mano gli attrezzi dicendo: "allora fassa lu". Io sono nato tra i mattoni, la calcina, il cemento e i muratori, presi il tutto e iniziai con la" ricucitura " del muro. Il muratore tacque, mi lasciò finire e basta, rimanendo sempre zitto. La mattina seguente, giunto in cantiere, mi ritrovai intorno tutti gli operai a chiedermi: "Cossa che gavemo da fare, el ne diga lu, perché Lu sa". È la  "laurea" a cui tengo maggiormente, direttamente conquistata sul campo, tutto il resto è solo carta.          
P.P.S. chiedo scusa del veneziano malamente trascritto.