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Punta della Dogana e i suoi media – di Claudia Quintieri

Punta della Dogana e i suoi media – di Claudia Quintieri

Autore: Claudia Quintieri
pubblicato il 30/11/2022
nella categoria Parole

Punta della Dogana e i suoi mediaLa storia di Punta della Dogana a Venezia ha origini lontane. Nel 1400 viene fondata la nuova sede della Dogana in questo luogo di Dorsoduro, sede che verrà completata nel 1682. L’architetto Giuseppe Benoni aveva creato un edificio con una torre sormontata da un gruppo scultoreo: due Atlanti in bronzo con in cima la Fortuna che ruotava indicando la direzione del vento. L’edificio ha poi avuto alterne vicende rimanendo abbandonato per un lungo periodo finché il comune di Venezia ha dato il via ad un bando per la creazione di un centro di arte contemporanea vinto dalla collezione Pinault nel 2007. Dopo la ristrutturazione, affidata all’architetto Tadao Ando, nel 2009 Punta della Dogana ha aperto le porte a mostre di arte contemporanea temporanee di altissimo livello.
Installazioni, dipinti, fotografie, sculture, video, dedicati a tematiche contemplate all’interno di memoria, assenza, vibrazione, luce, natura si combinano nella mostra “Luogo e Segni”, evento collaterale della Biennale di Venezia 2019, a Punta della Dogana a cura di Martin Bethenod, direttore di Palazzo Grassi – Punta della Dogana, e Mouna Mekouar, curatrice indipendente. La collettiva prende nome da un’opera di Carol Rama qui esposta e composta da cerotto, pellicola fotografica, pennarello su tela: è una mappa immaginaria e misteriosa dove astrazione e oggettualità si fondono in una luce essenziale.


“Luogo e Segni” è una mostra ispirata agli scritti dell’artista e poetessa libanese Etel Adnan. Il file rouge dell’interiorità accomuna tutti i lavori nello scavo costante che si dirige verso una ricerca di profondità; importanti sono i richiami a Beirut, New York, Rio de Janeiro, Sarajevo; la memoria personale e collettiva si interseca nell’espressività delle opere facendo emergere il non detto ed evocando un passato vicino quanto, spesso, tormentato.


Vari sono i colloqui tra gli artisti, la stessa Adnan collabora con Simone Fattal e Robert Wilson in “Garden of memory”. Fattal guarda al mistico Ibn ‘Arabi e indirizza verso un viaggio interiore fatto di amore nelle relazioni con il prossimo: scolpisce angeli che hanno il compito di guidare ed avvicinare l’uomo alla natura evocando l’unione tra terra e cielo. Adnan qui, invece, fa recitare Robert Wilson in una delle sue più recenti poesie che indagano l’immateriale, il ritorno e il contatto con l’universo e la natura, la simbiosi tra gli elementi, cercando di avvicinare ad un’elevazione. Etel Adnan è anche creatrice di un’opera dove la parola “Allah”, a richiamare una litania, viene scritta su carta ogni volta che una bomba scoppia a Beirut: l’opera si chiama DHIKR che si può tradurre con “litania” confluendo in una ritualità manuale e spirituale. La stessa artista è poi impegnata in un’altra collaborazione, questa volta con Philippe Parreno, in “Marilyn”: proiezione video in cui Parreno riporta in vita Marilyn Monroe attraverso una seduta spiritica nella suite dell’albergo di New York, il Waldorf Astoria, dove l’attrice era vissuta. Nel video Parreno ripropone la voce dell’attrice ricreata al computer, e, sempre rielaborata da un computer, la sua scrittura. Appena finisce il film appare la luce che rende possibile vedere le opere dell’Adnan: paesaggi immaginari, nati dalla fantasia, ma che sembrano reali e si collegano al film per una certa surrealtà. Queste collaborazioni esprimono, in maniera ognuna differente dall’altra, il concetto di memoria.


Altre due artiste si sono interfacciate per creare un dialogo tre le loro opere, sono Tacita Dean e Julie Meheretu in “Monotype Melody”. La prima è una raffinata disegnatrice che racconta mondi, la seconda si esprime con opere gestuali nero su bianco, la loro unione d’intenti è situata in un tempo immaginario quanto reale.
Entrando a Punta della Dogana ci accoglie l’opera di Felix Gonzales – Torres, nato a Cuba e Morto a Miami di Aids: è una tenda di perline bianche e rosse che alludono al sangue, ai globuli rossi e ai globuli bianchi, Torres indaga una sofferenza interiore personale e collettiva che tocca corde di dolore mai sopite. È talmente forte il messaggio di questo artista che Sturtevant e Wu Tsang si sono ispirati a lui per loro lavori qui esposti. Sturtevant, che ripete creazioni di altri, ha riproposto America America di Gonzalo – Torres con lampadine e portalampade in gomma e filo elettrico. Wu Tsang invece fa da contrappunto alla tenda di Gonzalo con un’altra tenda all’estremità di Punta della Dogana comunque realizzata con materiali poveri e di ispirazione politica. Sempre nella prima sala Roni Horn ci accoglie con la stampa di alcune poesie di Emily Dickinson su sbarre di alluminio poi disposte nello spazio. Occupandosi dell’interiorità le parole della Dickinson, per la Horn, sono appropriate perché sono sempre attuali e nuove ad ogni lettura. In un’altra stanza la stessa artista presenta “Well and Truly”, un’installazione con blocchi di vetro di diverse sfumature, dall’azzurro, all’azzurro-verde, al grigio chiaro e al bianco. All’interno si trova dell’acqua come a creare un tutto solido. Mentre si osservano questi blocchi si anima una sorta di movimento a contrastare la staticità scultorea, movimento dovuto alle trasformazioni che avvengono grazie alla luce. Ha lavorato con l’acqua anche Nina Cornell che gioca con la percezione tra esperimento scientifico e creazione plastica: “Day of Inertia” è composta da frammenti di arenaria coperti da pozze d’acqua. La particolarità è che ogni giorno viene versato il liquido nuovamente, liquido che non trasborda divenendo quasi invisibile. Tutto ciò è dovuto ad una vernice idrorepellente distesa sull’arenaria. Le vibrazioni della luce sull’acqua sono in stretta relazione con la sala di Punta della Dogana che accoglie “Day of Inertia”. Entrambe le artiste giocano con le possibilità della vibrazione luminosa rispetto al luogo che le ospita.


Varie altre opere esposte in Luoghi e Segni scandiscono poi il concetto di luce: “We are in Yucatan and every unpredicted thing” di Cerith Wyn Evans è composta di lampadari che si illuminano ad intermittenza; si accendono a seconda della trascrizione morse di testi letterari e filosofici tra cui quelli di Georges Bataille e Guy Debord con una riflessione accentuata sulla profondità del sapere. Quindi “Untiteled” di Rudolf Stinghel indaga il concetto di luce in pittura: l’opera è formata da teli di lino su cui è steso colore argento e fermati con punti metallici su una superficie rigida; ciò porta a vibrazioni che cambiano a seconda della luminosità dando un senso di immaterialità. La luce della luna viene catturata da Liz Deschanes in FPS(60) attraverso carta fotosensibile che di notte subisce trattamenti chimici e viene poi asciugata appesa ad una corda di bucato. Le sue opere fanno da contraltare alle fotografie di Berenice Abbott esposte nella stessa sala e dalla stessa Deschenes allestite a Punta della Dogana. Le fotografie di Abbott di New York, degli anni ’30, indagano la città e le sue architetture e soprattutto la nuova espressione architettonica dei grattacieli che nella trasformazione urbanistica di quegli anni era protagonista.


Due i video in mostra da notare: “Interiorisme” di Dominique Gonzalez – Forester e “1395 Days without red” di Anri Sala. Il primo racconta atmosfere suggestive in paesaggi urbani malinconici e che provocano disagio; essi attivano il ricordo, la memoria, la contemplazione, in un viaggio interiore partendo da Venezia per toccare altre città. È presentato in un rettangolo che si trova all’interno di una parete che chiude sul Canal Grande, tra visione e oblio. Il secondo parla della guerra iugoslava ed è ambientato a Sarajevo. Mentre si svolgono le prove dell’orchestra della città durante i 1395 giorni di assedio una giovane musicista cerca di raggiungere il luogo delle prove attraversando la città. La patetica di Cajkovskij fa da contraltare al respiro spaventato della donna finché il suono flebile della ragazza si fonde con le note dell’orchestra. Poi Sala insieme al musicista Ari Benjamin Meyers crea tre leporelli ove ospitare tre tempi musicali presenti nel video: il respiro della musicista, la sinfonia di Cajkovskij e i secondi della lunga scena.


Per quanto riguarda altri modi espressivi sono esposti un disegno di Louise Bourgeois e una xilografia di Vija Celmins. In pittura si vede l’opera di Agnes Martin composta da linee e griglie realizzate a mano libera, non a caso l’artista ha dichiarato: “tutto può essere dipinto senza rappresentazione.” R. H. Quaytman ha dedicato tutta la sua vita alla pittura, ha attraversato varie fasi creative sviluppando le sue opere per cicli ove ogni opera per ciclo si inserisce in un contesto più ampio. Lucas Arruda dipinge paesaggi mentali partendo dall’orizzonte per poi realizzare tutto il resto. Spesso si ha l’effetto della perdita del confine tra realtà e astrazione. Lee Lozano utilizza pennelli da imbianchino per i suoi olii. I monocromi di Edith De Kyndt sono traslucidi e sembrano evocare forme organiche o forme che confondono la realtà. Mentre Alessandro Piangiamore espone opere corrispondenti a più serie tra le quali “Tutto il vento che c’è” realizzando vere e proprie increspature che fanno pensare alle vibrazioni create dal vento in una presenza assenza. Così l’assenza è protagonista delle opere di Tatiana Trouvé: due sono le sue sculture, entrambe chiamate The Guardian, una in marmo, onice e bronzo patinato e l’altra in bronzo patinato, granito e rame. Entrambe sono in bilico tra esistenza e invisibilità sottolineando un confine spaziale e irreale allo stesso tempo. Per continuare con la scultura bisogna citare Giovanni Anselmo, protagonista dell’Arte Povera, che lavora sulla materia alludendo alle varie forze che essa può generare. La sua “Direzione” è una pietra di granito triangolare posata a terra, a completarla una piccola bussola che colloca l’opera evocando un’energia che regola spazio e tempo. A cinquanta anni dalla sua creazione si può attualizzare nella riflessione sul virtuale che agisce in un nuovo spazio ed un nuovo tempo. Presente e monumentale è l’installazione Mesk – Elil (Gelsomino notturno) di Hicham Berrada incentrata sul fiore rinchiuso all’interno di gabbie alte oltre due metri che vengono illuminate in maniera tale che il gelsomino possa sprigionare il suo profumo con il buio.


Infine Brancusi chiude il percorso espositivo con “Senza titolo (Autoritratto)”: un autoritratto virtuale in cui la materia si semplifica nel mistero. La volontà è quella di giocare con forme organiche che mirano alla purezza in una tensione immersiva.


Il disegno di Brancusi fa da eco alle opere di Etel Adnan per la loro tensione verso l’essenziale e un’allusione all’immateriale andando a chiudere il circuito ispirato al lavoro dell’artista libanese.