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“Architetti d’Italia” – recensione di Mario Pisani

“Architetti d’Italia” – recensione di Mario Pisani

Autore: redazione
pubblicato il 20/09/2022
nella categoria Recensioni Testi

Non ho mai sofferto il travaglio della pagina bianca che spesso attanaglia i “creativi”. Quando stento a partire con le mie considerazioni, dopo aver letto fino all’ultima pagina un libro, ricordo la frase di Adolfo Natalini. Parlando di un suo amico critico d’arte ricordava che dopo ogni mostra si faceva una lauta cena, ben innaffiato da vino rosso e quindi davanti alla macchina da scrivere, in un paio d’ore terminava il suo pezzo.

Questo libro non può essere affrontato nello stesso modo. Merita di più, per il tema particolarmente allettante, trattandosi di personaggi che il sottoscritto ha imparato a conoscere e a stimare. L’autore, dopo aver affrontato con brio garibaldino la questione della storia dell’architettura mondiale nel Novecento, ovviamente con alcune inevitabili lacune, centra l’obiettivo su ciò che è avvenuto in Italia. Dall'inizio del “secolo Breve” ai giorni nostri. In questi terribili tempi che stiamo vivendo. “Selvaggi e incerti” per dirlo con Patrice Goulet, il noto caporedattore di L'Architecture d'aujourd'hui.

Un primo giudizio è certamente positivo perché porta alla ribalta e alla riflessione critica, oltre ai soliti nomi sui quali esistono ampie e esaurienti monografie e giudizi ormai consolidati, personaggi che, anche per chi fa il mestiere del critico, erano quasi ignoti. Ad esempio a Teresa Sapey, Andrea Bartoli, Vittorio Giorgini – una sincera apprezzata scoperta. E ancora, Venturino Ventura, Mario Galvagni, Eugenio Gentili Tedeschi. Non si comprendono però assenze come Costantino Dardi, Antonio Monestiroli, Paolo Zermani e tra i giovani Cherubino Gambardella e Vincenzo Latina.

I testi hanno un taglio giornalistico, spesso quasi da battaglia piuttosto che il saggio ponderato che ci si potrebbe aspettare in un libro. Del resto si tratta della raccolta di articoli già pubblicati su “Artribune” con le immagini, a volte non in sintonia con i testi, reperite da Federica Caponera.

Per chi apprezza i libri dell’Accademia salta agli occhi la mancanza delle note. Spesso si riportano giudizi critici che non si sa chi li abbia espressi né dove. Manca l’indispensabile ricerca bibliografica che impreziosisce un volume e rammenta, a chi pensa che basti internet per sapere tutto, il fatto che la conoscenza è simile ad un sasso gettato in uno stagno. Il gesto dilata il movimento delle onde facendo in modo che, anche partendo da un breve antefatto, da un’umile nota, si raggiungano altre mete spesso imprevedibili. Al nostro autore piace invece giocare sulle barricate, forse per aver mancato il ’68, e criticare le istituzioni che pure, come le università, nonostante le loro pecche che vanno sanate, mantengono integra la luce della conoscenza. Lo sa bene Prestinenza che ha calcato il pavimento di quelle aule, non solo da studente.

Esistono poi episodi storici, come ad esempio la mostra dei giovani architetti razionalisti, organizzata a Roma da Pier Maria Bardi con la famosa trovata del “tavolo degli orrori”, più volte citata nel volume, sulla quale andrebbero svelate le finalità: il tentativo dei giovani capitani coraggiosi di dare l’assalto agli incarichi pubblici tirando la giacchetta a Mussolini per indurlo ad imporre una architettura arte di stato. È questo ciò che vogliamo?  Sono certo che non è così e del resto l’autore si è battuto contro le logiche di bottega. Ancora oggi trapelano in numerosi concorsi pubblici che per carità di Patria non nominerò.

Esistono poi giudizi che a chi scrive sembrano affrettati. Ne cito uno per tutti. Si tratta del palazzo delle poste di Vaccaro a Napoli “una delle sue opere meno felici”. Ma è davvero così? Invidio il fatto che non lo sfiori alcun dubbio anche dopo che sull’argomento sono stai versati fiumi d’inchiostro. Mi chiedo a chi giovi continuare le polemiche sul modo di esprimersi degli architetti in base ai linguaggi espressivi. Brutalisti contro organici, decostruttivisti contro postmoderni, minimalisti contro sostenitori del regionalismo critico e via dicendo. È mai possibile che non esista un’opera meritoria in tutta la produzione di Botta, Purini o Portoghesi? Ritengo piuttosto che gli occhiali dell’ideologia annebbiano lo sguardo e il giudizio. Impediscono la serena riflessione che permetterebbe a tutta l’architettura, non solo quella che si fregia del termine moderno, un aggettivo che prende in giro sé stesso, di conquistare i vasti territori lasciati in mano alla speculazione, alle società di ingegneria, ai geometri, agli ignoranti.

Questo consiglio a Prestinenza che viene da un territorio dove il dubbio ha più valore della certezza.

In copertina: Luigi Prestinenza Puglisi, Architetti d’Italia, Luca Sossella editore, Roma 2022, p. 464 con numerose immagini in b. e n. €30,00.