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“The milk of dreams” – Un viaggio trans-onirico dentro la 59/a Esposizione della Biennale D’Arte di Venezia 2022 – di Maria Teresa Filetici

“The milk of dreams” – Un viaggio trans-onirico dentro la 59/a Esposizione della Biennale D’Arte di Venezia 2022 – di Maria Teresa Filetici

Autore: Maria Teresa Filetici
pubblicato il 18/07/2022
nella categoria Parole

Al via il 23 aprile e fino al 27 novembre 2022 l’Esposizione della Biennale d’Arte arrivata alla sua 59esima edizione, che si terrà come consuetudine nelle aree dell’Arsenale, dei Giardini e nei siti di cultura sparsi nella città di Venezia.

Ogni Biennale è speciale e sentita, ma questa forse lo è un po’ di più, non solo per la presenza di una forte urgenza condivisa di raccontare i due anni di pandemia trascorsi, le quasi 13 settimane di guerra in corso in Ucraina e la profonda trasformazione che il mondo intero sta attraversando, ma anche il fatto che quest’anno a curare l’esposizione della Biennale sia stata per la prima volta una donna e per di più italiana, Cecilia Alemani. 

Il titolo scelto per l’esposizione curatoriale è “The milk of dreams” e prende ispirazione dal libro di favole di Leonora Carrington (1917-2011) in cui l’artista surrealista propone un mondo in costante metamorfosi, pieno di creature magiche ibride in continua trasformazione.

È questo il mondo in cui ci sentiamo di vivere oggi, dove il cambiamento tecnologico, ecologico e biologico stravolgono di continuo il nostro modo di relazionarci col prossimo e nel quale è necessario sapersi sia rigenerare come esseri umani che nel rapporto con la natura di cui siamo ospiti.

Sono quindi questi i tre i temi pilastro de “Il latte dei sogni” attraverso i quali i 213 artistə provenienti da 58 paesi hanno manifestato il proprio sentire artistico:metamorfosi, tecnologia e ritrovato rapporto locale col territorio.
Una voce infatti è stata data in vari padiglioni alle minoranze etniche spesso segregate la cui storia non è conosciuta, come il padiglione Sami (che in visione eco-politica sostituisce quello dei Paesi Nordici), l’unica popolazione indigena e nomade ancora esistente in Europa che vive nel circolo polare artico a cavallo con la Russia.

Uno sguardo attento alla sostenibilità ambientale dell’esposizione Biennale è già stato pensato fortemente nell’edizione dello scorso anno, con l’intenzione di raggiungere la neutralità carbonica anche per le edizioni di quest’anno; ciò si è visto dal grande utilizzo di materiali riciclati in molte opere presentate. 

Tra le novità di quest’anno ci sono 180 prime partecipazioni nella Mostra Internazionale, 80 nuove produzioni tra cui Piazza Ucraina, un’installazioneprogettata dall’architetta ucraina Dana Kosmina e curatada Borys Filonenjo, Lizaveta German, Maria Lanko (curatori del Padiglione Ucraina) allestita allo Spazio Esedra dei Giardini della Biennale e pensata per donare uno spazio di discussione e consapevolezza sulla brutalità dell’invasione russa in Ucraina. 

Quest’anno il Padiglione della Russia rimane chiuso, a malincuore rispetto al progetto presentato lo scorso anno nella 17esima edizione della Biennale di Architettura nella quale dei lavori di ristrutturazione simboleggiavano un’intenzione di apertura e collaborazione nei confronti dei paesi circostanti.

E se l’intenzione della curatrice Cecilia Alemani è stata quella di presentare un viaggio trans-storico che ruota attorno a rapporti di solidarietà e sorellanze, il mio intento per questo articolo, nel rispetto della matrice puramente femminile che caratterizza questa Biennale D’Arte, è quello di presentare un viaggio trans-onirico tra le opere e i padiglioni che di più ho amato. 

Stadio 1 – Addormentamento: caratteristiche della fase che gradualmente consente all’organismo di passare dallo stato di veglia al sonno sono un parziale rilassamento della muscolatura corporea, un rallentamento dei movimenti oculari e una lenta immersione in uno stato cerebrale calmo e dischiuso. Queste ed altre sensazioni di meraviglia e sacralità sono le emozioni in me suscitate all’ingresso del padiglione curatoriale all’Arsenale, dove Brick House una monumentale statua femminile di Simon Leigh, artista afro-americana protagonista anche del padiglione statunitense, si erge imponente al centro della stanza. Brick House con le sue tematiche attuali di femminismo, segregazione razziale e colonialismo ha portato Simon Leigh a vincere il Leone D’Oro per la migliore partecipazione alla 59/a Esposizione della Biennale d’Arte di Venezia

A cornice di tale bellezza vi sono le opere di Belkis Ayòn, artista cubana già presente in Biennale nel ’93 che attraverso la tecnica della collografia produce maestose tele dedicate alle tradizioni e racconti degli Abubaka, una confraternita segreta afrocubana il cui mito di fondazione ruota attorno all’atto di tradimento commesso da una donna. I temi della genesi, della fine e della loro contrapposizione sono rappresentati attraverso i soli colori del bianco, nero e grigio, e le figure rappresentate sono sempre le medesime, figure prive di lineamenti il cui solo dettaglio che appare sono grandi e misteriosi occhi che fuoriescono dalle tele.

Stadio 2- Sonno leggero: Nella seconda fase che prepara l’organismo ad entrare nello stadio di sonno vero e proprio, la muscolatura si presenta sempre più rilassata, i movimenti oculari meno frequenti e la respirazione più profonda. Questa fase è caratterizzata da onde cerebrali strettamente legate alle nostre capacità riflessive e immaginative, nonché di consolidazione della memoria, si raggiunge progressivamente il giusto rilassamento psico-fisico.
Entro nel Padiglione della Francia, l’esposizione “Dreams have no title” mi riporta nel cinema franco-algerino degli anni sessanta, ai limiti tra sogno e realtà. Il padiglione si trasforma in un set cinematografico, al suo ingresso un uomo e una donna ballano un tango nei pressi del bancone di un bar, come i due finiscono il ballo questo reinizia, l’effetto di mise en abyme rende l’atmosfera magica: i due potrebbero essere lì da sempre, per sempre. L’artista Zineb Sedira ha una formazione artistica multipolare e trae ispirazione da molti generi diversi, dal cinema francese, algerino e anche quello italiano. Nel padiglione viene data risonanza al film Les Mains libres di Ennio Lorenzini, una delle prime coproduzioni italo-algerine degli anni 60. Insieme alla collaborazione del gruppo curatoriale composto da Yasmina Reggad, Sam Bardaoiuil e Till Fellrath, il padiglione della Francia ha ricevuto la menzione speciale nella cerimonia di premiazione. 

Stadio 3 - Sonno profondo: è questa la fase dove l’eccitazione corticale lascia spazio a basse vibrazioni viscerali. Se l’organismo venisse di colpo risvegliato in questo stadio, proverebbe una sensazione di confusione e disagio, poiché è questa la fase del sonno legata ad attività involontarie come la digestione o il battito cardiaco, caratterizzata da onde cerebrali ampie e assenza di sogni.

“All’inizio C’è La Fine”, l’artista Latifa Echakhch nel padiglione della Svizzera ripercorre il ciclo vitale partendo da resti di materiali poveri abbandonati in uno spazio aperto, l’atmosfera è scarna e malinconica; si procede (e si sprofonda) nella stanza successiva dove una grande oscurità avvolge il tutto, mastodontiche statue composte degli stessi materiali appaiono e scompaiono, sono illuminate da una luce rossa che batte a ritmo cardiaco, riproducono dei volti e delle grandi mani. L’atmosfera è catartica e il silenzio qui sorge spontaneo.
L’intenzione dell’artista è di richiamare i fuochi rituali di tradizioni folkloristiche che generano attraverso la distruzione, scanditi nel tempo che appare infinito da rosse pulsazioni viscerali.

Stadio 4- sonno profondo effettivo: sprofondiamo un po’ di più dentro questo iceberg e troviamo acqua, acqua e ancora acqua: la temperatura del corpo scende ulteriormente, l’attività della mente inconscia è lenta e profonda. Mi ritrovo al Padiglione della Danimarca dentro una casa rurale fredda dall’atmosfera confusa: una famiglia di centauri, un uomo e una donna incinta, appaiono morti in condizioni tragiche di cui non si ha nota. L’artista Uffe Isolotto in We Walked the Earth crea una bolla al limite tra tradizione e fantascienza e si/ci interroga: è davvero un mondo in evoluzione quello che stiamo vivendo?

Stadio 5 – Sonno REM: entriamo in quello che viene definito anche come sogno paradosso: siamo in una fase profonda del sonno ma l’attività cerebrale è esplosiva così come il movimento degli occhi a riposo (da qui il nome Rapid Eye Movement). In questo stadio il corpo consuma ossigeno e glucosio come se fosse sveglio ed è qui che si presentano i sogni, manifestazione effettiva della possibilità di continuare a vivere anche quando il nostro corpo è fermo, e di vivere “quella cosa” che vogliamo, come la vogliamo.
Jacob Lena Knebl e Ashley Hans Scheirl nel loro Soft Machine nel Padiglione dell’Austria, curato da Karola Kraus, propongono un viaggio lisergico tra installazioni e opere dal carattere beffardo in stile anni ’60, si parla di sessualità, di identità, della trasmutazione dei corpi e dell’assurdo.
Un caleidoscopio di visioni psichedeliche mi paralizza il tono muscolare, il mio sguardo è eccitato non sa dove poggiarsi.  

Così come la notte vede l’alternarsi continuo di Fasi REM e Non-REM, la mia esperienza alla Biennale d’Arte 2022 è stata un susseguirsi di cicli stimolatori auto-innescati a ogni Padiglione che hanno eccitato e rigenerato la mia mente. Un elettroencefalogramma della mia attività cerebrale in quei giorni non sarebbe di certo stato piatto.

Un’ultima curiosità non meno degna di nota è il cosiddetto sogno lucido, quello stato del soggetto di percezione e consapevolezza di star sognando nel mentre sogna.
Estasi di percezione onirica è ciò che mi ha regalato il Padiglione Italia, specialmente nell’ultima stanza purtroppo non fotografabile perché buia: Storia della Notte e Destino delle Comete di Gian Maria Tosattia cura di Eugenio Viola è un viaggio nell’Italia post-industriale degli anni ’60 con uno sguardo all’oggi e anche al domani. Nella prima parte le installazioni ambientali rivivono la melanconia del sogno industriale infranto, gli errori del passato lasciano spazio a vuoti esistenziali il cui riecheggio suona come la melodia di “Senza Fine”, branodi Gino Paoli del 1961. È nel finale poi che accade la vera magia: una grande stanza è adibita a porto di attracco di navi, è notte, acque mosse agitano un vento fresco e melodioso, si può camminare sul molo. Si arriva in fondo ed ecco scorgere piccole e numerose lucciole che si accendono e si spengono, sono così dolci e poetiche che non sembrano quasi vere.
Il loro messaggio è semplice: la speranza è l’ultima a morire.
E a me, in quel momento, che fossi davvero in un sogno o meno, non importava.

Foto: @Roberta Melasecca