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“La Condizione Manierista” – recensione di Mario Pisani

“La Condizione Manierista” – recensione di Mario Pisani

Autore: redazione
pubblicato il 15/06/2022
nella categoria Recensioni Testi

Il primo interrogativo che ci pone questo testo è in che consiste il manierismo, quel termine inventato da Giorgio Vasari. La risposta la troviamo nell’acuta premessa di Paolo Portoghesi. Cita un testo di Bonito Oliva del 1976. «…alla lucida frontalità del Rinascimento rispetto alla realtà, penetrata e organizzata da leggi razionali (per esempio la prospettiva geometrica), si sostituisce una prassi artistica disperata e decentrata, una contemplazione della realtà, che è divenuta talmente impraticabile da ricacciare l’intellettuale e l’artista nel ghetto delle proprie metafore». Filiberto Menna va oltre e per ciò che concerne gli artisti del suo tempo individua una predisposizione che definisce cleptomane, del resto già annunciata da Picasso «io non copio, rubo», tradotto in una capacità di prendere da contesti più diversi anche dalla più banale quotidianità. A seguire ci si chiede se si tratti di uno stile ancora attuale un termine che contraddistingue opere ‘di maniera’ e coloro che aderiscono a una scuola e a delle premesse illustri.

L’obiettivo di Lina Manfona, architetto e professore all’Università di Pisa, consiste nel liberare il manierismo dall’alveo della Storia per riportarlo al nostro tempo, nella consapevolezza che rappresenti una fase imprescindibile della produzione artistica di molti autori. E lo fa con coraggio intellettuale, mossa dal proposito di esplorare le sue caratteristiche per andare oltre nel progetto, volgendo la fase manierista dell’evoluzione ideativa verso una elaborazione successiva.

Si parte dal rinascimento e dai suoi caratteri immutabili espressi nel linguaggio. Lo stile che si manifesta subito dopo e prima del ventoso Barocco rappresenta lo sforzo di superare quei presupposti per scoprire le possibili variazioni ed evidenziare straordinarie potenzialità consapevoli che, per dirlo con Arnold Hauser, rappresenta una «corrente sotterranea che riaffiora periodicamente nella storia delle arti» ed insieme uno «spazio concepito ad arte e che può essere abitato solo a patto di accettare il formalismo come stile di vita».

L’iniziatore del nuovo stile è Michelangelo, anche se Rudolf Wittkower annovera Palladio tra gli artisti manieristi perché su volumetrie pure introduce nel suo repertorio licenze formali ed eccezioni alla regola. Il genio di Caprese nelle proporzioni del vestibolo della Biblioteca Laurenziana mette in scena uno stato di instabilità che costringe l’osservatore ad agitarsi, alzare il capo per cercare di comprendere tutta la scena. Si misura anche nella riscrittura del classico, giunge ad indagare le potenzialità del “non finito” fino a constatare ciò che Bruno Zevi definisce «la sconfitta della forma rispetto alla vita».

Per noi che viviamo questi anni orribili appare di particolare interesse l’analisi della stagione che ha portato alla nascita del postmoderno. Teorizzato da Jean-François Lyotard alla fine degli anni Settanta la condizione postmoderna in architettura introietta la fine delle istanze moderniste e una espressività che evoca la storia ma anche l’ironia, il gioco, il divertimento. L’autrice, che ha avuto l’opportunità di studiare negli Stati Uniti, mette sotto la lente e senza preclusioni il diverso modo di esprimersi dei diversi protagonisti. Ad iniziare da Robert Venturi e Denise Scott Brown che oscillano tra la passione per il manierismo e l’opzione per quel “disordine pieno di vitalità”.

Il volume, denso, ricco di stimoli produttivi rapportati all’attualità, ad un’epoca caratterizzata dalla mutazione del profilo del progettista, divenuto colui che indaga ed interpreta lo spirito del tempo, si conclude con l’elogio alla contraddizione rivendicando la necessità di cambiare idea quando ci si imbatte in un’idea migliore, come del resto sostiene Reyner Banham.