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San Paolo: fenditure e cuciture. Prossimità spaziale e distanza sociale – di Antonio Tursi

San Paolo: fenditure e cuciture. Prossimità spaziale e distanza sociale – di Antonio Tursi

Autore: Antonio Tursi
pubblicato il 03/04/2022
nella categoria Parole

Dalla città-ferrovia alla città globale, passando per la città-boulevard, San Paolo ha avuto sempre una propensione alla frammentazione, a pensarsi e viversi divisa in pezzi di città.

Il Brasile, con il 53,9%, è uno dei Paesi al mondo con l’indice di Gini (che segnala la diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza) più alto, seguito solo da una decina di Paesi africani. Questo significa una società altamente polarizzata tra ricchi e poveri, ovvero tra molto ricchi e molto poveri. Anche San Paolo presenta una situazione simile, sebbene meno accentuata che in molte altre città brasiliane, come per esempio Rio de Janeiro: storicamente, infatti, la numerosa classe operaia paulista ha attenuato questa polarizzazione. Ma lo sviluppo finanziario degli ultimi decenni ha creato una élite facoltosa e cosmopolita che gode della vita culturale della città, dei suoi musei e dei suoi ristoranti gourmet. A fronte di questa piccola porzione di popolazione, il ceto medio a cui aspiravano gli operai qualificati di una città industriale ha visto scadere la sua qualità di vita, anche a seguito dei processi di relativa deindustrializzazione e delocalizzazione partiti negli anni Ottanta. Insomma, il passaggio della centralità economica, della capacità di produrre ricchezza dal settore secondario a quello terziario ha aggravato la divaricazione urbana tra i pochi e i molti, tra chi ha una speranza di vita di 81 anni (e vive nel quartiere più ricco, Alto de Pinheiros) e chi ha una speranza di vita di soli 58 anni (e vive nel quartiere più povero, Cidade Tiradentes).

Tra i molti, a sua volta, bisogna distinguere tra quello che resta del proletariato industriale (la classe operaia) e una fascia ampia che Marx farebbe fatica a far rientrare persino nel sottoproletariato. I “lazzaroni” a cui il filosofo tedesco si riferiva, nelle città brasiliane rappresentano numeri cospicui, difficili persino da stabilire: molti degli abitanti di queste megalopoli non rientrano affatto nei parametri ufficiali, nelle anagrafi comunali, nei censimenti. Per loro, l’appartenenza alla città è un mero dato spaziale. Per essi pare un abuso o almeno un eufemismo l’appellativo di cittadini.

Ci riferiamo a coloro, e sono migliaia, che vivono in baraccopoli, nelle cosiddette favelas o comunque in insediamenti a basso reddito. Zone prive di infrastrutture e senza servizi pubblici. Baraccopoli di indelebile visibilità sociale, cioè che non garantiscono nessun senso di intimità, nessuna privacy al loro interno. Insediamenti autocostruiti e autogovernati: dove non vige l’autorità della legge ma la legge del più forte. Luoghi ideali, perciò, per le organizzazioni del narcotraffico, che qui si impiantano e da qui gestiscono i loro traffici e il loro potere extra statuale. Zone il cui status non è ben definito, oscillante tra tentativi di integrazione nella città, tentativi di cancellazione (con sfratti e smantellamenti), abbandoni completi al loro destino di illegalità. Zone che si preferirebbe ricoperte da un alone di invisibilità. “L’inclusione, la distruzione o il limbo è una scelta politica del potere dominante, fatta a propria discrezione. A San Paolo l’urbanità è stata una concessione selettiva conferita dallo Stato e, per la maggior parte dei suoi abitanti, la cittadinanza non è un sostantivo, ma un verbo coniugato continuamente al futuro”, si rammarica l’urbanista locale Raquel Rolnik. Si potrebbe parlare di “cittadinanza consenziente” o concessa (dal potere). O ancora di “nuda cittadinanza” per masse di poveri urbani spogliate di diritti e rese finanche invisibili. Relegate in situazioni abitative inadeguate, insicure, temporanee, pericolose, insalubri, instabili.

A contrappasso di ciò, sorgono enclave fortificate, comunità recintate, zone dei pochi, presidiate da guardie armate, cancelli, inferiate, telecamere. Desta molta impressione come di fronte ad ogni condominio si erga una guardia armata, lì dove da europei ci aspetteremmo pettegoli ma mansueti portieri. Così come desta sorpresa la mancanza di portoni di ingresso in alcuni svettanti condomini, sostituiti da rampe di accesso ai garage: una sorta di manifestazione di insularità dei luoghi abitativi. Isole separate e collegate tra loro solo dai Suv blindati che hanno accesso ai loro meandri.

Il grande problema delle città brasiliane – vale per San Paolo ma anche per Rio de Janeiro – è che questa frammentazione tra reclusi, nelle fatiscenti favelas o nelle dorate gated communities, non regge l’urto della prossimità spaziale. Heliópolis non è poi così distanza da Jardin. I tentativi di spostamento suburbano in condominios fechados o Alphaville, come li si è chiamate, hanno reso subito necessaria la costruzione di muri, poiché sono spuntate negli immediati dintorni le spontanee casupole di lamiera di sconfinate favelas. A Rio, visivamente si coglie la contrapposizione tra i quartieri “bene” e le spiagge famose di Leblon e Ipanema, da un lato, e la più grande favelas brasiliana, Rocinha, dall’altro: divise solo da una strada a scorrimento veloce. È il senso diviso del luogo condiviso che crea attrito sociale.

Questa prossimità spaziale tra socialmente distanti genera una microconflittualità sotto forma di criminalità diffusa, di giovanissimi ma armati predoni che scendono dalle colline delle favelas nelle zone residenziali e turistiche. È così percepibile un senso di insicurezza non solo nelle zone malfamate ma anche nelle zone più centrali. Sebbene non vi sia San Paolo tra esse, il Brasile occupa sempre il primo posto per numero di città più pericolose al mondo (sono brasiliane almeno una quindicina delle 50 città più pericolose per numero di omicidi). Si tratta di una conflittualità quotidiana, fatta di omicidi, stupri, aggressioni, rapimenti. In cui la violenza dei trafficanti di droga si somma a quella degli emarginati, per lo più con la pelle scura, e a quella dei poliziotti, spesso corrotti. La polarizzazione produce anche una conflittualità meno continuativa ma più profonda: è quella che porta ad emersione eccezionali fenomeni di protesta, dalle rivolte in occasione dei Mondiali di calcio del 2014 all’affidamento fideistico ai leader carismatici e alle religioni estremistiche. [2/4 continua]