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DOMANI, NELLA PALUDE MEOTIDE – di Alessandra Muntoni

DOMANI, NELLA PALUDE MEOTIDE – di Alessandra Muntoni

Autore: Alessandra Muntoni
pubblicato il 28/04/2022
nella categoria Imprevisti e probabilitá di Alessandra Muntoni

Queste immagini ci ricordano qualcosa. Di ieri e, forse, anche di domani. Ci ricordano le acciaierie come mondo infernale di fuoco, di getti di calore, di intrighi di tubi, di sfiatatoi, di colate incandescenti, che sembravano determinare l’inarrestabile progresso dell’era carbone-acciaio della prima età industriale. Il mondo che aveva affascinato i futuristi, esaltato da Marinetti, raffigurato in indimenticabili immagini di Fortunato Depero, ma anche scenografia di tanti film catastrofici degli Usa, ambientati nei sotterranei delle metropolitane di New York ormai abbandonate, nelle dighe demolite dalla furia delle acque, nelle città devastate dai bombardamenti. Ma ci ricordano soprattutto il mondo reale descritto da Jean-Louis Cohen nel suo libro Architecture en uniforme: Projeter et construire pour la Seconde Guerre mondiale (2011) dedicato all’architettura di bunker, rifugi atomici, gigantesche fabbriche per la costruzione di armi, difese dei monumenti contro le bombe, insediamenti di lager nazisti per lo sterminio dei prigionieri di guerra, dei dissidenti politici, delle minoranze etniche, degli ebrei.

Siamo a Mariupol. Sul Mar d’Azov, o Palude Meotide come la chiamava Erodoto: un falso mare, quasi uno schizzo gettato dal Mediterraneo verso il Mar Nero e poi al di là dello Stretto di Kerch. Mare apparente, profondo non più di 13 metri, dalle acque dolciastre, dense di limo che talvolta lo tingono di un allarmante rosso ruggine, un tempo ricco di pesci, ora di gas e di petrolio. Mare conteso perché soglia per la Russia verso il Mediterraneo. In questi giorni, al centro di una città completamente distrutta, con le carcasse spettrali di quelle che erano le case degli abitanti, i civili scampati ai bombardamenti e ciò che resta dell’esercito ucraino sono asserragliati nei sotterranei della gigantesca acciaieria di Azovstal, attrezzata con bunker e cunicoli sotterranei durante la guerra fredda, circondati dalle forze armate russe che ne impediscano i corridoi umanitari per l’evacuazione dei feriti e ne impongono la resa.

Queste immagini possono anche prendersi a simbolo della nostra epoca nei vastissimi territori, che “Limes” ha denominato “caoslandia”, estesi dall’America centrale all’Africa, all’Europa orientale, all’Asia centrale fino all’Indonesia, ove imperversano conflitti armati o per la droga, instabilità politiche o etniche, insurrezioni, terrorismo, guerre civili, che vedono come attori protagonisti gli USA, la Fed. Russa e la Cina.

Al di là di ogni ottimismo cui come architetti siamo obbligati, non ci deve sfuggire il messaggio di violenza, di costrizione, di morte che queste immagini trasmettono. In questi giorni ci ricordano la nostra Resistenza che è stata, come ha detto il Presidente Mattarella, guerra di liberazione dall’invasore. Dunque, è giusto inviare le armi agli ucraini per difendersi dall’invasione russa. Ma da dove proviene tutta questa violenza? É davvero caratteristica endemica dell’indole umana?

Ho finito di leggere in questi giorni l’Arancia Meccanica di Antony Burgess nella bella traduzione di Marco Rossari. Si può definire il Bildungsroman di una adolescenza priva di riferimenti morali  e nutrita fin dalla nascita dal nulla o dalla più spietata violenza. Il protagonista, Alex, e i suoi violenti amici-drughi si esprimono in un gergo tessuto di parole che mescolano insieme russo e inglese, le lingue dei due paesi che allora (1961) si contendevano il dominio del mondo. Nell’appendice del libro, c’è una frase ostica, ma sulla quale vale la pena meditare perché sintetizza bene le contraddizioni che abbiamo davanti. Burgess vi riassume le ragioni per cui la violenza continua a coinvolgerci: “La violenza affascina perché è l’unica cosa che l’umanità ha in comune con Dio: la capacità di creare.  La creazione richiede talento mentale mentre la violenza no, ma entrambe portano allo stesso risultato: la trasformazione di un materiale neutro […]. Se c’è qualcosa di vergognoso nel perpetrare la violenza, che la pone agli antipodi rispetto all’euforia semireligiosa che dà produrre un’opera d’arte, può essere facilmente riabilitato dal fine esaltante di cui essa dovrebbe essere solo il mezzo (ad esempio) per la costruzione di una società migliore”.