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1963: “GENERAZIONE VULCANO” E “GENERAZIONE NETTUNO” – di Alessandra Muntoni

1963: “GENERAZIONE VULCANO” E “GENERAZIONE NETTUNO” – di Alessandra Muntoni

Autore: Alessandra Muntoni
pubblicato il 09/04/2022
nella categoria Imprevisti e probabilitá di Alessandra Muntoni

La settimana scorsa ho parlato di continuità della metamorfosi. Il filo rosso porta alla continuità-discontinuità dell’avanguardia. E se torniamo agli anni Sessanta del secolo scorso − anche se per molti giovani lettori può costituire qualche difficoltà − questo filo ci conduce al Gruppo 63, fondato appunto nel 1963. Conosciuto anche come Neoavanguardia letteraria perché − pur costituito da personalità molto differenti e tutte di eccezionale valore e cultura− aveva intrapreso in comune la battaglia contro “l’autorità letteraria costituita”, come spiega Nello Ajello, contro il romanzo, contro Carlo Cassola e Giorgio Bassani, soprannominati da Sanguineti «le Liala del '63».

Partecipando alle susseguenti giornate palermitane che ne discutevano i significati, Umberto Eco ne aveva tracciato tutte le contraddizioni e i contenuti nell’articoloGenerazione Nettuno stampato nel 1964, recentemente riproposto nel suo Il ruolo dell’Intellettuale (La Nave di Teseo, la Repubblica, L’Espresso n. 4). Vi tracciava la contrapposizione tra la Generazione Vulcano, vale a dire l’avanguardia storica del gesto perentorio, e la Generazione Nettuno, vale a dire la Neoavanguardiadell’approfondimento e della ricerca continua. In realtà, Eco metteva in discussione la stessa possibilità di costituire in quegli anni una vera avanguardia, per la situazionesociale, politica ed economica che si era venuta a creare nella fase del neocapitalismo di massa. Si era accorto che non fosse più possibile unavanguardia rivoluzionaria, in quanto alla nozione storica di “avanguardia” erano necessarie alcune connotazioni: in particolare la possibilità di porsi come alternativa eversiva” allo statu quo.  La Conservazione, infatti, era diventata “così duttile e smaliziata da far suo ogni elemento di disturbo”immettendolo nel ciclo del consumo: rendendolo merce, esponendolo nei musei e nelle gallerie o conferendogli premi prestigiosi nei concorsi letterari.

Così, nessun gesto riusciva più ad avere la capacità di scandalizzare, di contestare, tanto meno di scalfire il sistema, o il codice vigente. C’era una via di uscita? Secondo Eco ce ne erano almeno due: o rinunciare alla ricerca, oppure “sostituire al gesto rivoluzionario la lenta ricerca”: invece della rivoluzione praticare la filologia, quella che agisce dal profondo. La Generazione Nettuno faceva appunto questo, praticando il confronto continuo e il lavoro di gruppo.

Lo aveva già intuito, in altro modo, Kandinskij nella sua teoria della “mano nera”: l’artista di avanguardia, non appena si accorge del fatto che il suo gesto ha esaurito ogni carica eversiva e viene riassorbito nella tradizione, deve inventare un nuovo gesto commisurato al mutare dei tempi, del gusto, della cultura. Ci tornerà più inMaurizio Calvesi nel suo Avanguardia di massa (1978), dove spiega come l’avanguardia sia in grado di sopravvivere anche nella società massificata, capovolgendo la sua essenza elitaria.

Ma allora stiamo parlando proprio di metamorfosi. Quando, nel 1965, abbiamo fondato il nostro gruppo, non lo abbiamo chiamato Gruppo 65, riferendoci al periodo storico in cui vivevamo, ma Gruppo Metamorph, indicandogià nella sigla il termine chiave della ricerca: usare un linguaggio dinamico e complesso, capace dinterloquire criticamente con la società in cambiamento, adatto a indicare prospettive e scale di trasformazione, a individuare metodi e tecnologie in evoluzione commisurati alle esigenze sociali e alle nuove dimensioni dell’habitat. Non sempre ci siamo riusciti; abbiamo forse calibrato meglio il nostro linguaggio e i nostri progetti nel periodo della seconda avanguardia, attiva negli anni Sessanta e Settanta.Ma abbiamo riconosciuto subito i nostri compagni di viaggio nella rivoluzione decostruttivista. Il percorso, dunque, s’interrompe solo se s’irrigidisce, se si pone come soluzione assoluta invece che come prospettiva volta al futuro. Il rischio è d’impigliarsi nell’utopia permanente ma, se si tiene fisso l’occhio e la mente alle cose concrete, ci si può districare da questostrumento, talvolta però utile e addirittura necessario.