presS/Tletter

presS/Tletter

CONTINUITÀ DELLA METAMORFOSI IN ARCHITETTURA – di Alessandra Muntoni

CONTINUITÀ DELLA METAMORFOSI IN ARCHITETTURA – di Alessandra Muntoni

Autore: Alessandra Muntoni
pubblicato il 31/03/2022
nella categoria Imprevisti e probabilitá di Alessandra Muntoni

È proprio questa la tesi di Gabriele De Giorgi che, nel suo ultimo libro Gli architetti della metamorfosi, Aracne 2022, ne traccia un percorso dal Barocco al contemporaneo. “La metamorfosi in architettura” scrive Gabriele “resta ancora un capitolo poco studiato” e sostiene che bisogna indagare sulle analogie rintracciabili nel tempo lungo, fin da quanto esplode proprio qui a Roma nel Seicento.

                Non è un libro storico, ma un taccuino di appunti densi e coinvolgenti: la traccia di un programma che può anche ampliarsi all’esotico e al periodo arcaico, ma che qui resta ancorato all’incipit del comporre berniniano, della complessità di Borromini, della ridondanza di Piero da Cortona, del decorativismo del Zimbalo, per riproporsi poi all’interno delle più importanti tendenze del Novecento. Gabriele fa una breve ricognizione del Liberty, nelle varianti viennesi e catalane; sfiora il Déco, s’immerge nell’Espressionismo, nelle avanguardie futuriste e surrealiste, nel Costruttivismo sovietico. Ma s’interroga anche sulla naturalezza dell’architettura organica di Wright e di Aalto per giungere alla Seconda Avanguardia degli anni Sessanta, quella che ha coinvolto la nostra generazione. Questa sezione del libro si conclude con un confronto sorprendente tra le tesi di laurea dei componenti del Gruppo Metamorph − seguite da Bruno Zevi, Paolo Portoghesi e Renato Severino − e la loro rivisitazione elaborata di recente in digitale da un gruppo di laureandi coordinato da Piero Albisinni e Laura De Carlo della Sapienza Università di Roma. Un ponte temporale di circa cinquant’anni che introduce il capitolo conclusivo dedicato a quella che lo stesso de Giorgi ha chiamato La terza avanguardia (1998) per concludersi con l’Architettura-paesaggio.

Molte le questioni aperte. Tutte utili per un’analisi critica del contemporaneo.

Anzitutto c’è la stessa definizione di metamorfosi: a Gabriele non interessa tanto “il mutamento di una forma in un’altra forma” quanto l’atteggiamento concettuale, indagato dalla condizione urbana alla modellazione del territorio. Questa la sua interpretazione: il presupposto che fa scattare questo atteggiamento emerge proprio dalle contraddizioni interne in ogni periodo storico, per cui è proprio l’empito rivoluzionario degli autori a saper cogliere l’obbligo al cambiamento che diventa, di volta in volta, la vera vocazione teorica, artistica e politica degli “architetti della metamorfosi”.

Ecco alcuni casi. Nel Seicento esiste una divaricazione evidente tra ricerca scientifica e filosofica − da Keplero a Galilei, dal pensiero matematico di Leibnitz al pensiero filosofico di Bruno, Campanella, Pascal − e la Controriforma. Gli architetti, pur lavorando nelle istituzioni religiose, operano adottando “un universo di concetti d’ordine culturale laico”, così che le loro opere parlano il linguaggio del mutamento. Di qui “le forme plastiche mosse”, e “l’alternarsi di pieni e vuoti nelle modellazioni architettoniche”, come anche la fusione tra architettura, pittura e scultura. “Non è un caso” commenta Gabriele “che il barocco nasca a Roma, epicentro della svolta, ove la città è già caratterizzata da trasformazioni millenarie”.

Nella Germania sconvolta dalla sconfitta nella Prima guerra mondiale, mentre i soldati tornano dal fronte poveri e mutilati, i capitalisti continuano a imporre le loro regole nella fragile repubblica di Weimar. Per opporsi alla tragedia, gli artisti ritrovano una ragione di agire risalendo al momento originario, ai primordi della creatività, rigenerata dall’avanguardia dell’Espressionismo. Il dinamismo del segno si afferma, come spiega Bruno Zevi, qui citato, nell’opera di Erich Mendelsohn, la cui “architettura è data da un non-finito quasi boccioniano nel vortice gestuale della forme”. La Philharmonie di Hans Scharoun incorporerà più tardi una “democratica partecipazione all’ascolto”, fondendo insieme luogo dell’origine dei suoni e luoghi della loro percezione.

                Le contraddizioni del contemporaneo, emergenti dai contrasti tra l’economia globale e il persistere delle tradizioni, tra vistosa ricchezza e povertà assoluta, sono evidenti nella “trasformazione della città da compatta a geografica”. È il problema che abbiamo di fronte, la cui soluzione è appena incominciata. Ma, scrive Gabriele: “il paesaggio è il nuovo pentagramma su cui comporre, scrivere, modellare l’architettura”, ereditando l’input di Bruno Taut e la sua Alpine Architektur fino alle configurazioni spettacolari e coinvolgenti di Gehry, Hadid, MAD, Toyo Ito. Più che una mimesi nella natura, si tratta di trovare una originale simbiosi capace di metter insieme ecologia e organica connessione degli spazi della megalopoli.

                Ce n’è abbastanza per costringerci a riflettere, a trovare obiettivi d’azione e strumenti capaci di realizzarli.