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IL “POLITECNICO” DI VIA TIEPOLO A ROMA, CINQUANT’ANNI FA – di Alessandra Muntoni

IL “POLITECNICO” DI VIA TIEPOLO A ROMA, CINQUANT’ANNI FA – di Alessandra Muntoni

Autore: Alessandra Muntoni
pubblicato il 18/02/2022
nella categoria Imprevisti e probabilitá di Alessandra Muntoni

Dal gennaio 2022 è in rete il numero 11, edizione web, di “Arc2città, Architettura-Ricerca-Città”. Si tratta di un fascicolo monografico, curato da Franco Purini, Amedeo Fago ed Ernesto d’Alfonso, dedicato al Politecnico di Roma, nato nel 1973 in un locale di artigiani nel cortile di un edificio di via Tiepolo nel quartiere Flaminio. Un documento prezioso di un’esperienza della neoavanguardia romana dove s’incontravano le arti: teatro, cinema, scultura, architettura, fotografia, grafica, ceramica: luogo di contaminazioni e d’incontri che Purini accomuna alla vicenda internazionale, “laboratorio sperimentale aperto a ogni ricerca”, allora esistente a Piazza del Popolo. Avventura rischiosa, audace e diversa dalle altre proprio perché gettava una rete trasversale tra attività artistiche che in quel periodo storico si andavano invece allontanando. Vi agiscono Amedeo Fago, promotore del Politecnico, Mario Prosperi, Sergio Castellitto, Paolo Mazzocchi, Eugenio Monti, Giovanna De Sanctis, Emanuela Fraire, Maria Luisa De Astis, Alberto Abruzzese, Bruno Restuccia, e tanti altri. Intorno, dagli anni Sessanta e forse anche prima, c’è il clima surriscaldato delle battaglie politiche e sindacali, l’occupazione della Facoltà di Architettura di Valle Giulia da parte degli studenti, l’Autunno caldo, il Movimento del ’68, gli scontri tra studenti e polizia, poi le tangenze col terrorismo, il sequestro Moro, il femminismo, l’Estate romana. Ebbene, in questo numero di “Ar2c” ci sono due contributi di Amedeo che segnalo per la loro forza comunicativa e per il coinvolgente rovello intellettuale dell’autore: Dall’architettura alla drammaturgia e L’invenzione di Morel. Nel primo Amedeo descrive la propria formazione. L’esperienza giovanile con la musica e il teatro attraverso le vocazioni della madre; il suo meravigliarsi per la parola “composizione”, da sempre usata nella musica e invece applicata in Facoltà all’architettura, fino a trovare la parola “armonia” come sintesi di quella strana convergenza; i suoi angosciosi dubbi religiosi, lui esponente del movimento studentesco dei giovani cattolici che si scopre del tutto ateo. E allora le sedute di psicoanalisi fino all’incontro con Massimo Fagioli, psichiatra controverso ma molto vicino al lavoro degli architetti, che introduce concetti nuovi – “fantasia di sparizione”, “pulsione di annullamento”, “inconscio mare caldo” – per Amedeo capaci di sbrigliare la sua dote creativa. Da qui, la collaborazione intensa con Marco Bellocchio, Lina Wertmüller, Elio Petri, Carlo Lizzani, Giancarlo Sammartano, l’innamoramento per Ionesco, Albee e Brecht per poi prospettare, al centro di una comunità di artisti, “l’idea del teatro come strumento di conoscenza e di rappresentazione dell’animo umano”. Nel secondo racconta l’esperienza con Emidio Greco ed Ettore Rosboch nella realizzazione cinematografica del racconto di fantascienza artistica di Adolfo Bioy Casares (1940), dove si parla di una macchina avveniristica capace di registrare le persone mentre agiscono e parlano tra di loro, di catturarne le immagini per poi riprodurre le loro “anime-ologramma” e farle rivivere per l’eternità. Per Amedeo significò l’inizio della “ricerca sul significato e sulle peculiarità di una architettura effimera” capace di coniugarsi con il linguaggio cinematografico. Il successo internazionale (Parigi, Amsterdam) resta però legato a “Risotto”, un pezzo di teatro ideato insieme a Fabrizio Beggiato − suo (e mio) compagno al Liceo Tasso − intenti a raccontarsi la loro vita mentre preparano uno squisito risotto che poi viene offerto e gustato insieme agli spettatori. Un’esperienza indimenticabile per me, al Politecnico, non ricordo più in che anno.