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ICONE METROPOLITANE – di Alessandra Muntoni

ICONE METROPOLITANE – di Alessandra Muntoni

Autore: Alessandra Muntoni
pubblicato il 27 Gennaio 2022
nella categoria Imprevisti e probabilitá di Alessandra Muntoni

In fondo bastava dare loro un nome, così da spiegarci perché molte opere dell’architettura contemporanea riescono ad avere quella carica comunicativa indispensabile a delineare lo skyline, diciamo così la personalità, delle metropoli mondiali. Lo ha fatto la rivista “l’industria delle costruzioni” nel n. 481 del settembre-ottobre 2021, dedicato appunto ad Architetture come icone urbane, riprendendo le tesi sostenute da Leslie Sklair sugli Urban Mega-Projects (UMP) fin dal 2017.  Il fascicolo raccoglie i più recenti e singolari prodotti di questa tipologia della globalizzazione, cui fanno da premessa l’editoriale di Domizia Mandolesi e due articoli, uno dello stesso Sklair e l’altro di Davide Ponzini. Sono pubblicati, nei loro diversi contesti, edifici di Calatrava, Foster+ Partners, Gehry, Kengo Kuma, Kohn Pedersen Fox Architects, Koolhaas, MVRDV, Nouvel, OMA, Perrault, Tschumi, Tadao Ando, nonché complessi come La Défense ed Euralille, città come Barcellona, Beijing, Doha, Parigi e Shanghai. Colpisce nel segno, in particolare, il Parco sopraelevato sul fiume Hudson a New York che apre la serie degli approfondimenti. Il design è dello Heatherwick Studio, con la collaborazione di Arup, per la Hudson River Park Trust che ha l’obiettivo di organizzare al meglio la riva sinistra del fiume, tangente il litorale ovest di Manhattan. Il Floating Park on the Hudson River è una gigantesca tessera quadrata (11.000 mq) sospesa sull’acqua, che riprende l’orientamento della trama Streets-Avenues, bordata con una trama di pentagoni, tridimensionalmente adatti a disegnare uno spazio ondeggiante in terza dimensione, contenete un parco, un grande teatro all’aperto e sentieri per passeggiate. Ai bordi, issati su giganteschi pilastri che sbocciano in ampi vasi a calice, sono piantumati alberi ad alto fusto con vertiginosi affacci sul panorama del fiume e della città. Un originale frammento di tempo libero materializzato da un immaginario capace d’innescare divertimento, sorpresa, ridefinizione poetica dei luoghi. Altre realizzazioni si basano su figure geometriche giocate sulla spirale o su tralicci trasparenti che si avvolgono come serpenti su monoliti rivestiti con piastrelle policrome triangolari, o su sfaccettature scalettate e informali. Dunque, le figure appartengono tutte a una geometria complessa e utilizzano tecnologie di alta ingegneria sia nella tecnica che nella realizzazione digitalizzata del cantiere.  Siamo di fronte a un linguaggio trasversale, per un mondo globalizzato capace ormai di percepire queste opere con disinvolta naturalezza, garantendole una immediata popolarità. Si tratta di “manierismo” transnazionale, come pensa Bologna, o di “un messaggio promozionale richiesto dai rispettivi finanziatori”, come si chiede Mandolesi, o ancora di architetture che inalberano i significati simbolici della “classe capitalistica globalizzata” come scrive Sklair? Sarei propensa a misurare queste opere su un’altra lunghezza d’onda, emergente dalle riflessioni di Silvia Ronchey su Robinson n. 265, “la Repubblica” (31-12-2021).  Nel suo scritto intitolato Neoumanesimo. La conoscenza ci salverà ancora, la storica s’interroga sul futuro del nuovo millennio iniziato sotto i più catastrofici eventi: crisi economiche, guerre, inquinamento, emergenze climatiche, pandemia. Si tratta di una progressiva e inarrestabile decadenza, o si può intravedere una possibile rinascita? Ronchey ricorda che ogni “rinascita culturale, nella storia, è preceduta da una rivoluzione mediatica”, come dopo l’invenzione del linguaggio del minuscolo carolino o della stampa di Gutenberg; così l’attuale rivoluzione mediatica potrebbe essere la premessa di un “nuovo umanesimo”, nel senso che “il sapere non è mai stato così accessibile” come nell’era digitale. Ma occorre saper cogliere questa occasione per poterla trasformare in una formidabile molla di ripartenza. Seppure l’architettura moderna sia nata aniconica − come ci ricordava sempre Manfredo Tafuri (ecco una contraddizione che si deve tener presente) − queste architetture iconiche, esprimendosi col linguaggio dell’era digitale, potrebbero far virare in una direzione meno terrificante il XXI.mo secolo, favorendo la riconquista diffusa del “sapere e della bellezza” piuttosto che il richiamo del “possesso e del consumo”.