presS/Tletter

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Autore: Alessandra Muntoni
pubblicato il 13/01/2022
nella categoria Imprevisti e probabilitá di Alessandra Muntoni

Per allontanarci dal perfido 2021 e inoltrarci nel misterioso 2022, niente di meglio che aprire il primo dei volumetti dedicati a Umberto Eco che troviamo in edicola (La nave di Teseo, “L’Espresso”, “la Repubblica”). Perché Eco ha sempre rivolto un’attenzione speciale all’architettura. Tra i primi a dedicare un saggio alla semiologia del linguaggio architettonico, l’architettura emerge in tutti i suoi romanzi come chiave imprescindibile della trama: dal castello medievale (In nome della rosa) alla nave (L’isola del giorno prima), dalla città (la fondazione di Alessandria in Baudolino, Parigi in Il pendolo di Foucault, Praga ne Il cimitero di Praga) alla casa rurale (La misteriosa fiamma della regina Luana), fino alle esoteriche utopie e alla dimensione  geografica (Storia delle terre e dei luoghi leggendari). Il primo dei volumetti in questione riguarda un tema che può prendersi come filo rosso di tutta la ricerca letteraria, teorica e filosofica di Eco, nonché del suo lavoro alla TV italiana fin dagli esordi della stessa. Il titolo è L’era della comunicazione e raccoglie articoli pubblicati dal 1967 al 2010. Se ne riscopre la formidabile capacità di affabulazione e il suo ragionare sempre sul filo del paradosso; cosa che cattura immediatamente il lettore, ma anche lo confonde. Ci pare di aver capito, tanto l’italiano è scorrevole e persuasivo, ma serve ogni volta una seconda lettura per afferrare bene i passaggi logici. Fa parte dell’ironia di Eco. Intanto, tra il primo e l’ultimo articolo c’è, pur a distanza di tanto anni, una indefettibile coerenza, a dimostrazione che quanto Eco sostiene non è mai una improvvisazione, ma sempre lo sviluppo di un ragionamento che viene da lontano. Il primo parla di “guerriglia semiologica” nel periodo in cui tutti erano stregati dal fascino di linguaggio unitario; l’ultimo della rivelazione dello “scandalo apparente”, vale a dire del fatto che il ribelle Julian Assange ha portato alla conoscenza con WikiLeaks tutto ciò che tutti sapevano e dicevano in forme private”. In entrambi i casi si tratta di mettere in discussione l’asserzione di McLuhan: “il medium è il messaggio”. Non però dal punto di vista degli “apocalittici” sostenitori della cultura di alta tradizione, ma invece da parte degli “integrati” che i nuovi mezzi di comunicazione amano e usano volentieri e ancor meglio studiano (come fa Eco). Perciò, nell’era della comunicazione di massa, Eco ci spiega che “il medium non è il messaggio”, ma il “messaggio dipende dal codice”, cioè dalla polisensa variazione di culture alle quali arriva il messaggio che pertanto è interpretato, se non controllato, da ricettori tra loro diversissimi per abitudini percettive e, appunto, per codici comunicativi. In questo caso la strategia sarebbe quella di incentivare una Ricezione Critica, fino all’azione eversiva di “occupare la sedia del Direttore deI Corriere” o del Presidente della RAI. Oppure, nel caso di WikiLeaks, si scopre che “ogni dossier costruito per un servizio segreto (di qualsiasi nazione) è fatto esclusivamente di materiale di dominio pubblico” e che “affidare le proprie comunicazioni e i propri archivi riservati a Internet” non garantisce nessuna sicurezza e segretezza (come Alessandro Baricco ha ben spiegato in The Game). L’antidoto, in questo caso sarebbe di ricorrere a modalità precedenti alla New Technology, e tornare ai corrieri a cavallo o ai messaggi recapitati in alcova, rinunciando all’alta velocità. Lo scenario territoriale, urbano e architettonico ne sarebbe mutato, o turbato? Sotto sotto, il paradosso di Eco ci suggerisce invece: visto che ora spiare è facilissimo, è opportuno adottare una forma superiore di New Technology studiandone una variante in continua mutazione. Un po’ come il nostro amico virus col quale stiamo abituandoci a convivere. Ammesso che sia possibile controllarlo.