UNO SGUARDO DAI RAMI: BOERI E CALVINO – di Alessandra Muntoni

Da un po’ di tempo avrei voluto commentare il libro di Stefano Boeri Urbania (Leterza 2021). Mi avevano sollecitato i suoi riferimenti ad Austerlitz di Winfried G. Sebald e a Il barone rampante di Italo Calvino. Volevo rileggere il libro di Calvino che ero convinta di avere nella mia libreria, ma non sono riuscita a trovarlo, tanto che ho deciso di ricomprarlo. Ho fatto bene, perché nella nuova edizione c’è un illuminante postfazione di Cesare Cases che mi ha fatto capire molte cose.

Boeri ci spiega che non avrebbe mai progettato il “Bosco Verticale” a Milano se non fosse stato folgorato, fin da ragazzo, dalla lettura de Il barone rampante. Per due ragioni: per la “fantasia verosimile” che l’immaginario di Calvino prospetta e perché quella letteratura fantastica “tocca i temi dello sguardo”: uno sguardo filtrato dai rami delle essenze arboree della Liguria occidentale, dove Boeri è nato. Ma, intravisto così dall’alto, il mondo che percepisce Cosimo Piovasco di Rondò è per forza di cose irreale e resta solo sullo sfondo degli eventi storici, proprio come la Londra di Sebald o la Tokyo di Murakami.

Cases, del resto, ci spiega che la difficoltà di fondo del testo di Calvino sta nell’esigenza di “vincere la staticità della situazione”. Cosimo, infatti, ha deciso di allontanarsi dalla terra e tutto il romanzo ruota intorno al “pathos della distanza”, che esclude sia lo sviluppo nel tempo, sia l’integrazione con gli altri. Cosimo rimane sempre uguale a sé stesso, nel tempo e nel luogo, finché sentendo avvicinarsi la fine della vita, per non tornare a terra s’afferra a una mongolfiera di passaggio e scompare per sempre nel cielo. Così torniamo a Boeri che ricorda l’epitaffio sulla tomba del settecentesco barone rampante: “Cosimo Piovasco di Rondò – Visse sugli alberi – Amò sempre la terra – Salì il cielo”.

Considero Calvino uno tra i dieci scrittori italiani più importanti del Novecento. Ma, proprio perché prediligo il Bildungsroman, tra i suoi libri è proprio Il Barone Rampante quello che mi ha convinto di meno, appunto per la mancanza di progressione nel tempo: Cosimo non evolve, resta un Peter Pan che rifiuta il mondo perché rifiuta di crescere. Ricordiamo che tutto nasce da una sua ostinata disobbedienza al padre che lo voleva obbligare a mangiare una zuppa di lumache. “No, e poi no”, fece Cosimo e respinse il piatto (giustamente, pensiamo noi). Salito su un elce sul quale era abituato a passare ore e ore, al richiamo del padre “Quando sarai stanco di star lì, cambierai idea”. “Non cambierò mai idea”. replica Cosimo. “Ti farò vedere io appena scendi”, dice il padre, e Cosimo: “E io non scenderò più”. Suo fratello racconta che mantenne la parola. Se leghiamo questo incipit alla chiusura per scomparsa nel cielo, ci viene in mente non Alice nel Paese delle Meraviglie, né Candido di Voltaire, né Le Confessioni di un italiano di Nievo, forse l’Ariosto, tutti citati da Cases, ma quella che lui definisce l’“autodissoluzione”.

Allora il riferimento immediato è allo Struwwelpeter di Heinrich Hoffmann (1845), con i due fanciulli disobbedienti e ostinati: Gasparino e Roberto. Il primo rifiuta di mangiare la minestra con il triplice “No, no, no, la minestra non la vo’!” fino a morire di fame in cinque giorni. Il secondo, uscito spavaldamente di casa nella tempesta con l’ombrello aperto, è risucchiato dal vento e: “Su nel cielo più lontano / è Roberto ormai perduto. / Lo cercar dovunque invano, / e nessun l’ha più veduto”. Per queste e per le altre filastrocche dell’educazione repressiva che descrive, Hoffmann era venerato dallo psicanalista Georg Groddeck in quale riteneva che lo psichiatra tedesco avesse scoperto i percorsi chiave dell’inconscio degli adulti.

Lo “sguardo dai rami” che propone Boeri raccoglie tutto ciò, ma affida alle nuove generazioni la possibilità concreta d’integrare natura e fantasia progettuale nei corridoi verdi planetari. Si riattiva così la freccia del tempo e la condivisione. Un plauso, perciò, alla sua lungimiranza.

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