Stefano Boeri, “Urbania” – recensione di Mario Pisani

Il primo interrogativo che pone il nuovo libro di Boeri, l’architetto del noto bosco verticale – un omaggio a Emilio Ambasz e James Wines dei SITE – realizzato a Milano e diffuso in altre città del mondo, nasce dal nome Urbania. Non  si tratta di un termine inventato che ricorda Urania, la fortunata serie di romanzi di fantascienza ma, come svela Wikipedia, di un comune di 6.935 abitanti, in provincia di Pesaro e Urbino, nelle Marche. Ha cambiato nome in onore di papa Urbano VIII dopo esser divenuta città e diocesi. La singolarità del luogo è costituita dalla Chiesa dei Morti con all’interno il cimitero delle Mummie, noto per il curioso fenomeno della mummificazione naturale, dovuta a una particolare muffa. Un’allusione allo stato del dibattito sulla città ?

Andiamo per ordine.

Boeri non è certo il primo ad iniziare la propria riflessione partendo dal lockdown. Ed è certamente necessario che le  città, dopo mesi di silenzio, tornino ad accettare la sfida di eventi imprevedibili come i possibili approdi. In questa antologia di testi scrive: ègiunto il momento di riposizionare il rapporto tra Natura e cultura nel mondo. Di osservare finalmente i fenomeni naturali non per ‘dove’ si manifestano, ma per ‘come’ si manifestano: emersioni improvvise e inaspettate di energie, incontrollabili dalle tecnologie e dai saperi dell’umano. Un’emersione indomabile che può avvenire dentro la stessa sfera dell’umano, dentro la nostra stessa sfera della vita quotidiana”.

Possiamo catalogare l’evento: le piazze vuote, le strade deserte come fenomeni di un tema già affrontato per Laterza: l’anticittà? Penso di no perché all’internodelle case, dove si ripetono i riti del quotidiano, quelle stesse abitazioni erano ricche di pathos e palpitanti di emozioni.

Le città certo sono oggi assai diverse da quelle descritte da Pasolini in Scritti corsari. Finivano con grandi viali, circondati da case, villette o palazzoni popolari dai cari terribili colori nella campagna folta: subito dopo i capolinea dei tram o degli autobus cominciavano le distese di grano, i canali con le file dei pioppi o dei sambuchi, o le inutili meravigliose macchie di gaggie e more. I paesi avevano ancora la loro forma intatta, o sui pianori verdi, o sui cucuzzoli delle antiche colline, o di qua e di là dei piccoli fiumi.  Cosa è avvenuto in così pochi anni ? L’avvento delle anticittà. Ovvero la disseminazione nel territorio di un’edilizia a bassa densità che ha mutato i confini tra città e campagna. Perché? La risposta la trova Bernardo Secchi. Da noi, diversamente dagli altri Paesi europei, lo Stato non ha investito nelle grandi infrastrutture sociali, ma ridistribuito la ricchezza nazionale direttamente ai cittadini che hanno destinato le risorse ad impieghi individuali per costruire, spesso con pratiche abusive o illegali, sanate coi deleteri condoni edilizi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. L’alternativa? Numerose le proposte elaborate. Da Biomilano con la bonifica dei suoli industriali usando le radici di alcune piante che assorbono metalli, pesticidi, solventi, idrocarburi a Metrobosco e Forestami per promuove la piantumazione di tre milioni di alberi nell’area metropolitana milanese, attuando una effettiva transizione verso una città della biodiversità. Tra gli episodi più intriganti quello che fa riferimento al G8 che doveva realizzarsi alla Maddalena. Qui una serie di nuove costruzioni appena terminate o quasi sono rimaste in stato di abbandono divenendo le nuove rovine con la conseguente dissipazione di risorse che appartengono a noi tutti. Il fallimento coinvolge l’equipe di Boeri che ha sbagliato nell’attribuire alprogetto la forza capace di resistere alle oscillazioni e al tatticismo esasperato della politica. Ma il nostro progettista, assessore a Milano, era forse estraneo a quell’ambiente? Vero è che raramente si ascolta un mea culpa da parte di un architetto. Sarebbe doveroso, anche per riconciliare il rapporto tra progettisti ed utenza, che fosse pronunciato da ben altro numero di autori, ad iniziare da quelli dello Zen di Palermo, ben descritto nel romanzo di Davide Camarrone. Anche per loro si potrebbe dire: “La nostra colpa è stata quella di un eccesso di presunzione. Quella di poter controllare tutto il processo di costruzione del nuovo insediamento sulla base della correttezza dei nostri disegni, mentre attorno a noi chi aveva il potere di decidere come agire nei lavori di cantiere (…) nelle commesse, nella scelta dei fornitori seguiva logiche e interessi del tutto divergenti. Questo eccesso di presunzione è un limite e una responsabilità che sento ancora oggi e che ha spinto in tutti questi anni a non abbandonare le vicende di questo luogo”. L’auspicio, per lui e per tutti gli altri è che fenomeni del genere non debbano ripetersi e per questo si attivino anche gli ordini professionali, troppo spesso silenti.

In copertina: Stefano Boeri, Urbania, a cura di Maria Lucrezia De Marco, Editori Laterza, Roma-Bari 2021, p. 206 con numerose immagini a colori, €18,00.

 

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