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MILANO COME AGENTE DEL FUTURO – di Gabriello Grandinetti

MILANO COME AGENTE DEL FUTURO – di Gabriello Grandinetti

Autore: Gabriello Grandinetti
pubblicato il 01/12/2021
nella categoria Parole

Se Milano aspira a diventare una Città Stato come Londra, Madrid, Berlino, Amburgo, Vienna… sulla via maestra di una forte emancipazione ad alta densità economico – culturale, ciò è dovuto principalmente al concretizzarsi di una sorta di meritorio pragmatismo- visionario. Un ossimoro che riluce dell’etimo vernacolare del “ghe pensi a u laurà” divenuto didascalico su quello sfondo futurista de: “La città che sale” di U. Boccioni che ritrae la proiezione utopistica di operai e destrieri in forza a una centrale termoelettrica, ma che oggi si trasfigura nell’avverarsi dei megaprogetti cantierati di Rigenerazione urbana avviati dal Piano di Governo del Territorio (PGT) adottato dal Comune. Il processo intrapreso dalla Governance Territoriale, sempre più finalizzato al suo sviluppo sostenibile, ha incentrato il suo focus sulla polarità di due interventi sperimentali straordinari che ne sanciscono la vocazione metropolitana divenendo ben presto teatro del più grande piano di riconversione urbanistica e di rilancio infrastrutturale in atto nel Paese. Gestiti in una prospettiva di integrazione globale, ai vari livelli funzionali, attraverso il connubio di attori istituzionali, pubblici e privati, ( Real Estate developer) coprono un’ estensione di 340.000 mq di superficie per Porta Nuova, ex Varesine, in centro (stazione) e di circa 360.000mq per CityLife, zona Portello. Quest’ultima occupa l’area di sedime dell’ex Fiera Campionaria, dislocata a Rho-Pero. I due Poli appaiono come due “piazze” interconnesse dove è in atto uno scambio simbolico spazio temporale che sembra annullare le distanze della smart city. Con l’avvio inoltrato della seconda fase di espansione del Masterplan di Porta Nuova, il cui Core Business è definito principalmente dal carattere terziario degli edifici che la compongono, si sono aperti via via nuovi scenari sullo Skyline metropolitano che, fin qui, ha caratterizzato l’attività costruttiva dell’ultimo decennio. La conseguente domanda di architettura, scaturita dai concorsi ad invito e dai bandi di competizione, ha rimesso al centro le performances di archistars internazionali sul tema della qualità urbana, che legittima Milano come l’agente del Futuro. Lungo le direttrici di corso Como e Gioia/Pirelli, oggi sono in fase di completamento due delle nuove torri bioclimatiche preannunciate sulla legenda di COIMA building developer che, in chiave di efficienza e sostenibilità energetica, vantano il comune denominatore delle certificazioni Leed, (definite dallo standard internazionale NZEB a zero emissioni di CO2) e sono rispettivamente l’edificio Gioia 22 di Pelli Clarke Pelli Architects e il Nido verticale dell’arch. Mario Cucinella. La torre Gioia 22 di Abu Dhabi Investment Authority, etichettata come la Scheggia di Vetro, enfatizza un involucro vitreo fotovoltaico di 6mila mq. che sopraelevandosi per 120 metri oltre il sedime dell’ex blocco INPS preesistente, ingaggia un inatteso equilibrismo statico sullo scorcio declinante di una specchiatura triangolare del prospetto principale. Di tutt’altra biomorfologia, la torre del cantiere di Mario Cucinella detta il Nido verticale per la sommità tronco/ellittica che ospita un green pensile sostenuto da uno stupefacente avvolgimento reticolare che impiega acciaio, vetro e un’orditura (carterizzata) lignea, alla cui base si protende il mantello del portale di ingresso che appare come sollevato da un colpo di vento, verosimile alla sequenza cult del film di Marilyn Monroe (Quando la moglie è in vacanza). All’ombra dell’UniCredit Tower, scansando gli effetti collaterali della vertigine, su piazza Gae Aulenti converge la varietà tematica del masterplan, che prende progressivamente forma, adombrando la koinè più icastica dei suoi variegati linguaggi di architettura capaci di esprimere, per innesti e inseminazioni, un alto grado di astrazione/figurazione, riuscendo tuttavia a  conferire un senso di pervasiva unitarietà all’invaso spaziale. La sua circolarità esemplare, si direbbe accidentalmente situata sulla confluenza di rituali collettivi che, benchè non dichiarati, sono in grado di generare accoglienza oltre che un senso di appartenenza al luogo, condizione fondativa del senso civico dei bons enfants che animano questo scorcio di città contemporanea così intriso di valori estetici eminentemente simbolici. Spostandoci sulla direttrice Nord-Ovest, in località Portello, la metro M5 raggiunge il quartiere CityLife al di sotto di piazza TreTorri che ha visto il non sincronico avvicendarsi, in 3 fasi costruttive, del grattacielo monolitico di Arata Isozaki 209m (Allianz), il primo eretto della triade, poi quello tortile di Zaha Hadid 177m (Generali) e per ultimo in ordine di tempo lo skyscraper di Daniel Libeskind, nella versione definitiva di175m (PWC). Ma di cui, si propende a riportarne, per via breve, la traduzione della vulgata, ovvero: lo storto, il curvo e il dritto. In conformità ad una tassonomia forse risalente a similitudini primordiali, la cui sbrigativa procedura semantica ci auguriamo non confluisca dalle visite guidate ai libri di critica. Con la cantierizzazione del “Quarto edificio” e l’adozione della quarta variante del quartiere storico “Fiera di Milano ed aree adiacenti” La Giunta comunale ha dato il via al progetto CityWave, il grattacielo “sdraiato” che sarà la gate della piazza TreTorri dello studio Big-Bjarke Ingels group. Un doppio edificio a sviluppo orizzontale dalla forma ad onda porticata. Esaltata dalla giacitura deliberatamente dissonante dei tre colossi, così altamente autoreferenziali, la piazza TreTorri ha assunto la valenza percettiva simultanea di un “unicum spaziale” inscindibile. Mentre si sottrae di fatto agli stereotipi mnemonici esercitati dagli skyscrapers gemellari ineluttabilmente monozigoti, come quelli annoverati nella lunga stagione dell’International Style, ma che qui e ora non avrebbero più alcuna ragion d’essere. Gli sperimentalismi di modellazione e decostruzione della macro-scala sollevano spesso dubbi circa le ibridazioni che il loro percorso parametrico ingaggia con la buona pratica del costruire, costituendo spesso il banco di prova delle oscillazioni di una ricerca espressiva che stenta a divenire intelligibile per sua stessa scelta. Che poi, la “buona” pratica  coincida con il valore assoluto della bellezza, secondo un principio di circolarità platonica: kalokagathia, per cui: ciò che è buono è anche bello, giacchè sappiamo che l’agire pratico è sempre motivato da un fine (la costruzione) mentre la bellezza, vera o presunta, ne è il suo derivato consustanziale, questa non potrà più essere archiviata come fine a se stessa. Hanno preceduto di molto, rispetto ai tempi di consegna delle TreTorri, le previste Residential complex di Hadid come quelle di Libeskind costituite da plessi di cinque o quindici piani, completamente ecosostenibili, attraversate da un percorso pedonale che si inoltra nell’immenso parco, al di sotto del quale è segregato il traffico veicolare e i parcheggi. Le mirabili facaces in alluminio bianco e legno di cedro canadese, le ampie finestrature e i terrazzi vitrei, simili ai ponti di tribordo e babordo di navi da crociera ormeggiate alla fonda, ora, riflettono la residuale solarità atmosferica del riverbero della luce serale, che appare non priva delle reviviscenze narcisistiche dei suoi planner designers.