MARCEL JANCO E LA COLONIA DI ARTISTI EIN HOD – di Alessandra Muntoni

Quest’anno il Premio Bruno Zevi per un saggio sull’architettura è stato vinto da Irit Carmon Popper che ha inviato un testo dal titolo enigmatico: Con gli occhi da architetto e l’anima da artista, appena pubblicato con la nuova veste editoriale di Lettera Ventidue.  Si tratta del racconto di una vicenda poco nota che viaggia su un terreno minato ove s’incontrano l’avanguardia e il modernismo internazionale, il sionismo e la colonizzazione, la cacciata dei palestinesi dalle terre di Israele e il restauro della casa araba reinventata come retaggio biblico identitario da travasare nella cultura dei nuovi villaggi-colonia ebraici.  Protagonista di questa operazione rischiosa, politica e artistica insieme, è l’architetto rumeno Marcel Janco che, dopo una vita avventurosa, approda in Palestina e, folgorato dalla bellezza delle rovine del villaggio arabo Ein Hawd, decide di restaurarlo e di fondarvi la colonia di artisti Ein Hod. Irit battezza acutamente l’operazione come “mascherata dadaista” della casa araba in Israele.

Nato a Bucarest nel 1895, Janco si era laureato nel prestigioso ETH di Zurigo ed era entrato a far parte del gruppo dadaista del Cabaret Voltaire, ma aveva partecipato anche ai lavori di restauro dei monumenti distrutti nel nord della Francia dopo la Prima guerra mondiale e nel 1941 era emigrato in Palestina. Ha dunque appreso il linguaggio modernista, ha inventato le maschere destrutturate con la tecnica del collage polimaterico per gli spettacoli dadaisti e ha escogitato il restauro a mixage tra calcestruzzo e materiali originali di recupero per far rivivere frammenti di chiese distrutte. Con questo bagaglio tecnico, artistico e di conoscenza delle tragedie belliche, fonda negli anni Quaranta il gruppo modernista New Horizon, poi si schiera contro il programma sionista  di demolizione dei villaggi arabi abbandonati e reclama la conservazione delle città vecchie. La sua idea è quella di far rivivere i luoghi evacuati dai palestinesi in fuga dopo il riconoscimento di Israele nel 1948 e di trasformare uno di essi, appunto Ein Hawd in una colonia di artisti capaci di restaurare e rendere economicamente autonomo quel sito.

Autodefinitosi “agente creativo”, Janco riesce pian piano a realizzare il suo programma che Irit, però, delinea in tutte le sue contraddizioni. Ein Hod, spiega, contrasta i programmi distruttivi dei sionisti, ma di fatto ne raccoglie la strategia, sostituendo un popolo costretto all’esilio con i nuovi coloni israeliani. Riesce a trovare l’appoggio internazionale, anche economico, grazie alla sua rete di conoscenze del mondo dell’avanguardia e della sinistra europea, ma mette in pratica una sorta di “modernismo soft” ibridando i ruderi di Ein Hawd con i materiali di scarto abbandonati nel paese, attivando di fatto una sorta di folclore cui l’attività artistica e l’immaginazione conferisce la capacità di attingere alle forme originarie, primitive, della casa. La colonia di artisti, che si mostra come insediamento partecipato e “cooperazione collettiva”, è in realtà un modello di “colonizzazione dadaista e sionista” di una “proprietà assente”. Questa la condivisibile tesi di Irit.

Janco si autodefinisce “costruttore d’arte” ma, tutto ciò che realizza agisce sotto il segno della maschera, come nel mondo del Dada zurighese. La comunità di artisti è solo “immaginata”: in realtà si tratta dell’uso strumentale dell’arte per creare una narrazione politica che rappresenta la problematica dell’Altro come essere inferiore. Dunque, “la casa araba” è intesa come “maschera dadaista”, usata dagli artisti-coloni, nascosti sotto una identità altra, come in uno spettacolo teatrale, per far riemergere la propria più profonda identità.

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