Green Pass dell’architettura – di Marco Ermentini

Ogni fine anno in questa farmacia somministra propositi e speranze che sono spesso le stesse: la nuova legge sull’architettura, i concorsi migliori, l’università liberata dall’accademia, i lavori pubblici bonificati dagli avvocati, la semplificazione burocratica, i restauri non mummificati, l’ecologia chic come bufala, l’architetto regista delle trasformazioni, i bonus che non divengano malus, le remunerazioni più decenti, i critici che criticano…

Peccato che, in realtà, proprio nessuno di questi desideri anche quest’anno si è avverato, neppure parzialmente.

Purtroppo, la realtà dell’architettura è notevolmente peggiorata. Fare architettura di qualità è sempre più difficile e quasi impossibile, la pandemia dei superbonus anziché costituire un’occasione per migliorare la qualità degli edifici e della città si è rivelata una triste bulimia burocratica con esiti funesti che pagheremo per molto tempo, le felici promesse del Recovery Plan si stanno rivelando per quello che sono la solita canzone, i concorsi seri con vincitori che costruiscono sono sempre più rari, l’Università si sta liquefando, i giovani architetti soffrono come in nessun’altra nazione europea, insomma si affonda nella palude.

Tuttavia, qualche segnale positivo si può intravvedere, la nuova generazione di architetti nata in un contesto così difficile non ha paragone con le precedenti (soprattutto con la mia vecchia dei baby boomers) e non è sbagliato paragonarla a quella eroica ” grande generazione” i nati all’inizio del ‘900 (come mio padre) che ha conformato tutto il secolo.  Forse, se non saremo così ciechi da impedirglielo, costituiranno i veri buoni germogli che matureranno nel futuro, e che determineranno l’auspicata rinascita dell’architettura come ingrediente fondamentale per l’aumento della qualità della vita e della bellezza delle nostre città.

Il proposito per l’anno nuovo è dunque dare fiducia alla nuova generazione e adottare il Green Pass contro la malattia della speranza che ci fa voltare le spalle al futuro. In realtà “Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura.”

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