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Dubai e gli scarti di una città brillante_Isolamenti e attraversamenti – di Antonio Tursi

Dubai e gli scarti di una città brillante_Isolamenti e attraversamenti – di Antonio Tursi

Autore: Antonio Tursi
pubblicato il 24/12/2021
nella categoria Parole

L’uomo postmoderno immerso a Dubai rischia di non cogliere i suoi scarti umani, di estraniarsi dalla dimensione politica, una dimensione che è pubblica e collettiva per definizione. Pur consentendogli di assaporare il suo lusso e la sua fantasticheria, di godere del suo benessere materiale, Dubai rischia di lasciare, invece, costantemente un senso di isolamento, di solitudine, addirittura di ansia che né gli altri espatriati né gli inservienti né le prostitute d’alto bordo riescono a colmare. E forse non può che essere così visto che la nostra epoca “impone alle coscienze individuali esperienze e prove del tutto nuove di solitudine, direttamente legate all’apparizione e alla proliferazione di nonluoghi” da cui Dubai si direbbe costituita. Come confermano tanti lavoratori stranieri, anche italiani, che si incontrano nei nonluoghi di questa città, vivere a Dubai e lavorare per gli arabi del petrolio e della finanza comporta una certa alienazione. Di più: quando le cose volgono in malo modo per l’anonimo protagonista del romanzo di O’Neill, L’uomo di Dubai, la città dei grattacieli e lo stesso condominio in cui vive si rivelano quasi prigioni o possibili prigioni che lo costringono a una precipitosa fuga. Dubai si rivela null’altro che un ammasso di stanze, piuttosto un miraggio che una meraviglia. Una città che dà l’impressione di offrire una seconda occasione, un’altra vita, ma che, in definitiva, si rivela un’illusione, come le tante sue strade non finite, attraverso le quali gli spostamenti naufragano nei mucchi di sabbia del deserto circostante.

Nel riconoscere questa segreta vendetta del miraggio, si coglie con maggior profondità il senso di una città brillante come Dubai: quello di dispiegare sulle sue lucide superfici le certezze “naturalistiche” dell’homo oeconomicus globale e, attraverso questo dispiegamento eccessivo, sollecitare lo sguardo a cogliere i parossismi a cui queste stesse certezze conducono. A cui conduce la sua hybris.

I tentativi delle megastrutture volti a dominare non soltanto il calore, la sabbia del deserto ma finanche il mare e il sole, dispiegano una meraviglia del mondo, un sogno ad occhi aperti. E proprio in questo modo ribadiscono quell’indicazione che Calderón de la Barca dava sin dal riconoscimento barocco delle ambivalenze della modernità: “la vita è sogno”. Rispetto all’isolamento di Sigismondo, protagonista del dramma di Calderón, nella torre della modernità, noi attualmente abbiamo a disposizione una seconda occasione, una second life: quella offertaci dai gadget e dalle piattaforme tecnologiche. Soli ma tecnologicamente insieme ad altri, definiamo la nostra identità di viaggiatori elettronici, comprendiamo che nell’attraversamento si offre una possibilità, ulteriore o forse unica, di abitare il mondo contemporaneo. In questo attraversamento continuo dello spazio dei flussi, possiamo sperare di sviluppare una certa consapevolezza critica: l’uomo di Dubai descritto da O’Neill, attraverso email immaginarie esprime le sue rimostranze verso i datori di lavoro e verso l’impianto del capitalismo finanziario postmoderno, del quale egli capisce essere semplice ingranaggio.

Tanto la permanenza a Dubai quanto le piattaforme tecnologiche, dunque, sono necessarie a riconoscere l’artificialità della vita moderno-contemporanea. Un’artificialità che però non significa o non comporta di per sé inautenticità e definitiva alienazione. Se, da un lato, il nostro uomo di Dubai con il suo inesorabile humor e il suo linguaggio burocratico pare esprimere cinismo e sconforto, dall’altro, è proprio in questo modo che destabilizza il comfort umanistico e ottimistico dell’élite cosmopolita. Alla fine, Dubai e le tecnologie sono state utili a riconoscere che, nonostante il “Robinson che è in noi”, “neppure l’uomo senza persone a carico è un’isola”, che “la sopravvivenza solitaria non è e non è mai stata umanamente fattibile” neppure nel luogo brillante, nell’oasi dorata che emerge dalle sabbie del deserto. Il protagonista del nostro romanzo prende atto che solo dagli incontri, anche da quelli telematici, dagli sfregamenti voluti o imprevisti si aprono scenari, opportunità, contingenze. Effettivamente, è stato un incontro fortuito in un guardaroba di New York con un suo compagno ai tempi del college, a portare il protagonista su questa costa d’Arabia. Ed altri incontri a Dubai già gli preannunciano che gli spostamenti non hanno termine negli Emirati Arabi: questo è solo un luogo di passaggio verso le prossime mete, verso quelle invisibili città dell’estremo Oriente che annunciano riconfigurazioni del sistema urbano transnazionale. Dopo Dubai c’è Shangai. E così a seguire. Un futuro aperto che sfida l’uomo globale ad attraversare in continuazione spazi reali e virtuali, che offrono opportunità ma oppongono anche barriere e resistenze, che presentano increspature nonostante li si immagina e promuove come piatte e lisce superfici di scorrimento. [5/5 fine]