Dubai e gli scarti di una città brillante. Una seconda natura – di AntonioTursi

La brillantezza di Dubai, espressa verticalmente dai suoi grattacieli, non è però immune da polarità, da increspature che, da un lato, mostrano con ancora maggior vigore la condensazione del potere globale; dall’altro, ne rivelano gli irriducibili scarti. Gli sceicchi di Dubai hanno saputo realizzare un controllo profondo sulla natura ricalcando un modello simile a quello presentato nel film Salmon fishing in Yemen di Lasse Hallstöm, nel quale uno sceicco yemenita pretende di portare i salmoni nella sua arida terra. A Dubai sono riusciti, invece, a portare una pista da sci nel cuore del deserto. Nel Mall of Emirates, infatti, si può risalire con la seggiovia a quattro posti nelle stazioni in cima a quella che è una delle piste indoor più alte del mondo e fare lo slalom sulla “vera” neve caduta nel corso della notte. E una pista ancora più lunga è prevista in un nuovo centro commerciale, posto all’interno del quartiere in costruzione chiamato la “Città di Mohammed”. La neve nel deserto è emblema della capacità di costruire una seconda natura, di porre una “sfida luciferina alla Natura”, come colta da un viaggiatore-osservatore acuto quale Walter Siti. Ma la neve nel deserto è anche un modo emblematico di tenere insieme gli opposti – il deserto e la neve, appunto – e proporne una brillante sintesi.

Una sfida che si è spinta, come abbiamo accennato, a ridisegnare la geografia del suo piccolo territorio. Ridisegnare non la mappa ma proprio il territorio o almeno il tratto balneare: penisole e arcipelaghi artificiali che hanno aumentato notevolmente la linea di costa. Gli emiri hanno coltivato l’ambizione di ricostruire il loro paesaggio attraverso progetti di espansione sul mare, poiché hotel e ville che sul mare affacciano valgono di più. Escrescenze della costa: Palm Jumeirah, Palm Jebel Ali, Palm Deira. E poi arcipelaghi di isole artificiali dai nomi altisonanti: The World e The Universe, arcipelaghi che dall’alto dovrebbero ricordare queste figure del nostro cosmo. Naturalmente l’impatto ambientale sulla fauna e flora è stato alto, alterando le correnti marine, distruggendo barriere coralline, producendo scarti in uno sviluppo che non riconosce limiti. La crisi finanziaria ha bloccato questi progetti: The Universe, infatti, non è stato avviato; Palm Deira interrotto a un quarto; The World e Palm Jebel Ali costruiti ma inutilizzati, abbandonati senza essere mai diventati centri attrattivi di investitori e turisti. Di questi progetti si può cogliere la magnificenza solo nel tronco e nelle fronde di Palm Jumeirah, l’unico sinora davvero realizzato e utilizzato: una penisola di hotel e ville di lusso capace di attirare l’attenzione degli investitori immobiliari (prima di rivelarsi una bolla a seguito della crisi del 2008). Ma forse Dubai rilancerà su questi progetti falliti o su nuovi progetti (come, per esempio, è successo in relazione all’Expo 2020) perché il suo modello di sviluppo è basato su annunci, aspettative, rilanci, perché Dubai non può smettere di crescere.

La sintesi che Dubai ricerca tra i suoi opposti, tra aridità del deserto e piste da sci, tra caldo torrido e aria condizionata, tra piattezza ed elevazione, tra medioevo e postmoderno, non viene messa in discussione neppure dai souq e dalle dimore delle zone storiche come Deira e Bastakiya. Infatti, se ritmi, colori, odori, suoni e materiali possono rinviare alle tradizionali città arabe, il tutto è confezionato e servito con attenzione postmoderna ai dettagli. Così le poche torri del vento delle antiche case sono restaurate o ricostruite con precisione. Nulla rimanda alle crepe del tempo trascorso. Nulla può passare per rovina piranesiana. Così i souq, dove pure si svolge un’intensa attività di contrattazione su beni di ogni tipo appena scaricati dai variopinti dhow, sono inquadrati da bei portici e inseriti in ben curate infrastrutture frutto del premuroso intervento dei governanti. Nulla è lasciato al caso, all’imprevisto. Neppure lasciando le strade principali e avventurandosi in stradine secondarie si sfugge al capitale globale: gli salesman, che acchiappano al volo i clienti per condurli nei loro bugigattoli abusivi, mostrano e cercano di vendere abiti o orologi che non sono altro che imitazioni, più o meno perfette, di quei marchi globali che si ritrovano nei tanti centri commerciali in cui si vive a Dubai e che rappresentano la location principale in cui si svolge la vita pubblica delle donne arabe raccontate nel romanzo di successo Desperate in Dubai della blogger conosciuta con lo pseudonimo Ameera Al Hakawati.

Insomma, the show must go on, sotto le volute degli shopping mall che ospitano le boutique delle grandi firme o sotto forma di contraffazione e vendita abusiva. Il logo vince sempre. Benvenuti nella capitale mondiale del turbo-capitalismo. Benvenuti nella riproposizione consumistica delle esotiche mille e una notte. Welcome to the happiest city in the world, come recita lo slogan che accoglie i viaggiatori appena scesi dagli aerei. [3/5 continua]

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