Dubai e gli scarti di una città brillante. Scarti – di Antonio Tursi

 

Il benvenuto che Dubai dà ai suoi visitatori (Welcome to the happiest city in the world) potrebbe essere riformulato nella frase che Morpheus rivolge a Neo, il protagonista di The Matrix, il famoso film di Andy e Larry Wachowski: Welcome to the desert of the real. Nel film la cancellazione del reale è legata alle tecnologie dell’informazione e produce una simulazione distopica. Nella nostra città, sono il consumo totale e il conseguente benessere materiale che ammantano di sé ogni altra dimensione dell’esistenza, presentando Dubai come “l’ultima utopia”. “L’ultima visione di felicità terrena, che si affaccia alla ribalta della Storia, dopo il fallimento dei sogni (o incubi) del Novecento […] Il benessere materiale garantito a tutti, o almeno a tutti i cittadini, grazie ai prodigi del capitalismo e alle virtù del mercato. Di fatto, uno splendore consumistico che non ha eguali al mondo”, come segnala l’economista Emanuele Felice. Insomma su quest’ultima avveniristica e brillante città, Aldous Huxley dovrebbe insegnarci qualcosa di più che George Orwell. O, sempre per rimane nel genere della fantascienza, ancor meglio rileggere Herbert George Wells che nella sua Macchina del tempo mostra un’umanità divisa in due razze, gli Eloj e i Morlock, padroni e schiavi di quel mondo. Infatti, ancora Felice segnala che “Dubai è una società altamente polarizzata, dove in basso abbiamo una stragrande maggioranza di immigrate e immigrati sfruttati, al vertice una minoranza di mantenuti; appena sotto la cima, un esile strato di lavoratori occidentali altamente qualificati”. Così la brillantezza di Dubai, che riesce persino a mettere in scena confronti dialettici per poter poi presentare sintesi più complete e avvincenti, non riesce a emanare dagli occhi dei filippini, degli indiani, dei pachistani, degli africani che si incontrano nei ristoranti, nei taxi, nei souq o che si vedono da lontano nei cantieri dei prossimi giganti di vetro e acciaio. Quando si parla con costoro e si viene a sapere che lavorano dodici ore al giorno a un euro all’ora, quella brillantezza si offusca. Quando il tassista, nonostante lavori dalle 5 del mattino per dodici-quattordici ore consecutive, fa notare la sua condizione fortunata rispetto agli operai dei cantieri che sono costretti a lavorare all’aperto e cioè dentro il forno acceso dalle condizioni climatiche di Dubai, ci si rende conto che quelle superfici brillanti nascondono delle ombre profonde. Dalle nostre stanze, accessoriate e refrigerate, al ventesimo piano di un grattacielo, dominiamo le baie artificiali e quegli immigrati apolidi, piccole formiche che lavorano nel caldo torrido dei cantieri perenni di questa città in costruzione o negli stessi anfratti misteriosi del nostro hotel, come indistinto se non invisibile personale addetto alle pulizie. Sebbene non ci attardiamo sui bidun (parola araba per “senza”, senza patria, senza nulla), essi punteggiano con la loro indicibile presenza di sfondo la nostra permanenza nella città più felice del mondo e rendono imperfetta la sintesi proposta da Dubai, la cui società rimane letteralmente scissa in universi paralleli: gli sceicchi sempre con l’aria condizionata e gli schiavi sempre al caldo asfissiante. Ecco su queste vite di scarto si infrange quella luce che viene fuori mirabilmente dai grattacieli, dall’hybris dell’uomo postmoderno. Qui dove il regno è dinastico e la democrazia non esiste, dobbiamo ricordarci che a fare la differenza è una dimensione politica che rappresenta ancora la speranza di riconoscere quelle che nella brillante Dubai appaiono, purtroppo, irrimediabili e irredimibili vite di scarto. La loro invisibilità e la loro afonia rivelano le crepe di una certa partizione del sensibile, di certi modi percettivi, di un certo mondo esclusivo, rispetto a cui si danno scarti che è compito della politica globale far diventare visibili, dicibili, udibili. [4/5 continua]

 

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