presS/Tletter

presS/Tletter

Dubai e gli scarti di una città brillante. La mission dei grattacieli – di Antonio Tursi

Dubai e gli scarti di una città brillante. La mission dei grattacieli – di Antonio Tursi

Autore: Antonio Tursi
pubblicato il 10/12/2021
nella categoria Parole

Dubai non è certamente una città che ci dice da dove veniamo. È, invece, una città che ci dice dove stiamo andando. E lo dice con lucidità perché è una città brillante. Una brillantezza non trasmessa dal mare trasparente e amniotico che ne ha segnato la storia, facendone un porto franco nelle rotte dei commerci verso il lontano Oriente o garantendo risorse per infaticabili pescatori di perle. Una brillantezza non dovuta neppure a quel particolare labirinto borgesiano che circonda la città e la cinge: la sabbia levigata del deserto è indubbiamente abbagliante per i viaggiatori occidentali ma non ha la compattezza dello specchio che induce riflessione. Né il mare né il deserto spiegano la particolare brillantezza che caratterizza Dubai o almeno non la spiegano del tutto. Qualcos’altro ne segna irrimediabilmente il profilo e la superficie. Qualcosa che non riguarda bellezze naturali. Qualcosa in tutto e per tutto legato al lavorio dell’uomo, al suo volere e sapere costruire una seconda natura in cui immergersi e abitare quotidianamente. Qualcosa che fonde i materiali edilizi per eccellenza degli ultimi secoli: il cemento, l’acciaio, il vetro. Qualcosa che si erge potente a riformulare la piattezza di un paesaggio segnato, ancora nella seconda metà del secolo scorso, solo dal mare e dal deserto. La brillantezza è dovuta ai grattacieli che, con le loro superfici levigate e splendenti, sfidano la volta celeste. E poiché l’umidità che viene dal mare e la sabbia che viene dal deserto impediscono un sole accecante, la luce che emana da Dubai è come interiore agli enormi edifici che si ergono in ogni zona della città, da quelli che costeggiano la parte più interna del Dubai Creek a quelli di Jumeirah, da quelli lungo la Sheikh Zayed Road agli eleganti alberghi di Dubai Marina.

Il primo, il World Trade Centre, fu costruito nel 1979 ed è alto 184 metri. Da allora ad oggi si sono costruiti settanta grattacieli sopra i 200 metri. Dei cento edifici più alti al mondo, venti si trovano a Dubai, tutti sopra i 300 metri. Con una serie di primati via via raggiunti e superati, in una sfida ai cieli che è innanzitutto una sfida di alta tecnologia. Infatti, costruire questi giganti significa affrontare diverse questioni legate all’ingegneria e ai materiali: dagli impianti energetici, idraulici e di raffreddamento a elementi legati al contesto come i venti del deserto che provocano vibrazioni degli alti edifici o la desalinizzazione e il pompaggio dell’acqua di mare necessaria per il loro rifornimento idrico.

La forza dei grattacieli di Dubai si esprime non solo nel costruito, nelle sfide vinte, in ciò che ormai è consolidato negli immaginari globali come il Burj al-Arab (l’hotel a sette stelle conosciuto come “la Vela”) o il Burj Khalifa (il grattacielo più alto al mondo con i suoi 828 metri, sulle cui lucenti superfici Tom Cruise svolge la sua mission impossible), bensì anche nei moltissimi cantieri aperti in ogni dove, con le gru pronte a sollevare sempre nuove cattedrali di fronte al deserto in quello che è il più grande esperimento di urbanistica offshore del mondo. Cantieri che si fermano giusto poche ore al giorno quando la temperatura raggiunge le sue punte massime, arrivando anche a cinquanta gradi. Cantieri che mostrano un ventre della città palpitante anche al calar del sole, davvero come se fossero ulteriori zone di movida notturna.

In questa città verticale si muove il protagonista del romanzo di Joseph O’Neill: l’uomo di Dubai è un giovane avvocato che decide di lasciare New York per cercare fortuna nell’Emirato, “una città fantastica, reale e/o prossima ventura, un’abracadabrapoli dove gli edifici pendevano uno sull’altro e i grattacieli parevano vacillare […]; una città il cui litorale presentava strane penisole create dall’uomo assieme agli isolotti artificiali all’epoca già ben noti col nome di The World in quanto erano raggruppati in modo tale da evocare, allo sguardo di un uccello, una mappa fisica del mondo; una città dove, dalla terra, spuntavano trampoli che svanivano in una nuvola sintetica a trecento metri d’altezza”.

Si entra così in un regno ai limiti dell’innaturale, in una città eccitante che mette in mostra le sue superfici brillanti: il suo aeroporto ricco di stimoli, le facciate dei suoi grattacieli, le vetrine dei suoi centri commerciali, i suoi condomini esclusivi che rispondono alle aspirazioni di una raffinata clientela offrendo comfort di ogni genere. E questo tipo di aspettativa è condivisa anche dai turisti che soggiornano negli alberghi dubaini, con i loro numerosi piani, i tanti e veloci ascensori, i molti servizi a disposizione. A Dubai tutto è eccessivo, tutto mostra al massimo grado lo sfavillio del mondo contemporaneo. [1/5 continua]