Agnès Varda: la nouvelle vague è ancora in atto – di Alessandra Muntoni

Hanno mandato in onda l’altro giorno a Sky Arte un film sorprendente e magnifico: Visage Village di Agnès Varda che, alla veneranda età di 88 anni, è ancora in grado di attraversare intere lande del nord della Francia insieme allo street photografer JK ( 36 anni) e produrre opere d’arte insieme-con-contro gente incontrata per caso ma non per sbaglio. Restituendo nuova vita a villaggi abbandonati, a oggetti dell’archeologia industriale, a reperti della Seconda guerra mondiale, a donne solo apparentemente insignificanti.

Forse molti di voi conoscono questo film, ma per me è stato una rivelazione. Si tratta di un’opera insieme semplice e originalissima che trasla il documento in una dimensione insieme arcaica e attualissima, attraversando tempo e spazi sconosciuti. Esce nel 2018, penultimo film della regista franco-belga, un anno prima della sua morte. Si può quindi considerare il suo testamento e insieme la dimostrazione del fatto che il movimento della “Nouvelle Vague”, decollato alla fine degli anni Cinquanta e del quale Varda è stata antesignana, è ancora in splendida forma. La minuscola regista e lo spilungone JK formano una coppia stravagante, improbabile e affiatatissima. Percorrono con una piccola automobile travestita da macchina fotografica la costa del Nord della Francia e si fermano dove il loro occhio − espertissimo ma accuratamente oscurato da occhiali da sole − incontra situazioni che risvegliano il loro interesse.

Può essere una vecchia contadina che abita in una casa quasi diroccata, o un gruppo di gente che sosta in un villaggio abbandonato, o un artista spontaneo che ha costruito un habitat artistico con le proprie mani, o ancora un vecchio piezometro dalle lisce superfici cilindriche, o ancora il panorama industriale del porto di Le Havre, o la gigantesca scheggia di un bunker abbandonato sulla spiaggia. I due innescano un dialogo con gli sconosciuti, li invitano a posare entrando nella piccola vettura per scattare loro una fotografia. Ne escono splendide gigantografie in bianco e nero che Varda e JK incollano sugli ispidi muri di pietra delle loro case con una colla speciale che resiste alle intemperie. I volti, Visages, degli sconosciuti diventano così il nuovo ritratto dei Villages che gli abitanti riconoscono per la prima volta come loro irrinunciabile retaggio.

Allora, se la Nouvelle Vague è stata un modo per “testimoniare in tempo reale l’immediatezza del divenire, la realtà in cui esso stesso prende vita”, o per “disprezzare ogni regola ed essere uno sgambetto al dogma”, o una “esigenza di realismo che va a coincidere con una profonda vera e propria rivoluzione rispetto alla concezione tradizionale del cinema”, o anche una personalizzazione, un cinema d’autore, questo film di Varda e JK ne è una attualizzazione a tanti anni di distanza (Cleo dalle cinque alle sette è del 1962, e Il verde prato dell’amore è del 1965): un rivolgimento nel fare cinema che è ancora una formidabile riserva d’idee.

Se però la Nouvelle Vague è stato un cinema fatto da giovanissimi, questo è un prodotto della piena maturità. Per questo è capace di darci una sferzata di energia, di spiegarci che finché si può, si deve continuare a pensare, a produrre arte, a fare critica.

Scrivi un commento