RICORDO DI CARLO MELOGRANI – di Alessandra Muntoni

Quello che ha sempre interessato Carlo è fare un lavoro che servisse a qualcosa, un lavoro che è di qualità perché è un lavoro sociale, come aveva insegnato il Movimento Moderno. Sceglie come riferimento le figure di Gropius, di Le Corbusier, di Aalto, di Pagano. E dunque bisogna progettare, e insieme studiare, insegnare, scrivere, seguire e intervenire nel dibattito politico e culturale, ma sempre con la barra ferma sulla rotta scelta una volta per tutte in gioventù, in mezzo alla tragedia della Seconda guerra mondiale, di fronte al fascismo: una rotta che attraversa la Resistenza. A questo Carlo ha dedicato tutta la sua vita lunga, intensa, operosa, che per lui si è arrestata all’età di 97 anni.

Non si è mai sentito un Maestro. Ma si può dire che tra i Maestri del dubbio sistematico come Ludovico Quaroni, e i Maestri dell’apologia della crisi come Bruno Zevi − per quelle posizioni estreme in fondo destinati ad isolarsi rispetto alla propria generazione a quelle future − Carlo sia stato invece Maestro della trasmissione dei valori sociali incorporati nel fare architettura, diciamo nella “perseveranza della modernità”: un’ “architettura adatta e adattabile” nella quale le persone, tutte le persone, potessero vivere bene, usarla quasi come un vestito, dove sentirsi a proprio agio, ma anche modificare e adattare per gli eventi mutevoli della vita. Si può fare solo se il proprio pensiero è rivolto, prima che verso se stessi, verso gli altri. Ecco, più che Maestro, Carlo è stato Compagno, dando a questa parola sintesi del Partito Comunista l’accezione responsabile più bella e più vera: quella di accompagnare e di essere accompagnati. Per lui, da persone appartenenti almeno a tre generazioni – i suoi coetanei Leonardo Benevolo, Tommaso Giuralongo e Maria Letizia Martines prima, i suoi assistenti Piero Ostilio Rossi, Marta Calzolaretti, Andrea Vidotto, Ranieri Valli poi, quindi i giovanissimi Giovanni Fumagalli, Franco Massotti e Giuseppe Serrao – e insieme dalle tante generazioni di studenti che ogni cinque anni rinnovavano la popolazione della Facoltà. E siccome Carlo amava insieme anche la musica, la letteratura, l’arte, il teatro, quei valori avevano la capacità di definire un mosaico complesso d’idee, di punti di vista, di gusti differenti, tali da poter far convergere, ampliare e trasformare il nucleo base da cui quei valori si sprigionavano per poi diramarsi in esperienze diverse.

Carlo ha attraversato impavidamente e controcorrente, senza deflettere da questa strategia collaudata, le tendenze dell’architettura che si sono via via susseguite: lontano dal neorealismo di Ridolfi e Quaroni, dalle “preesistenze ambientali” di Ernesto Nathan Rogers, dall’architettura organica patrocinata da Zevi, dall’utopismo della “grande dimensione” tentata negli anni Sessanta, dal post-modern decollato negli anni Ottanta, dalla terza ondata internazionale dell’avanguardia negli anni Novanta fino al nuovo Millennio. Ha preferito, talvolta, ritrarsi per conservare intatte austerità e misura. Alleati li ha trovati in Franco Albini, Giancarlo De Carlo, Thomas Maldonado, il cui slogan “la speranza progettuale” lo trova sulla stessa lunghezza d’onda. E insieme nel design nordico di Hermann Herzberger e Sven Markelius, cui affiancare la lezione del Team X e di Josep Ll. Sert. Carlo conclude la sua carriera di progettista con la bellissima scuola Ludovico Ariosto di Ferrara, un edificio colorato, luminoso, semplice e nuovo, nel quale gli studenti circolano liberamente tra studio, incontro, spettacolo.

Posso dirmi fortunata di aver incontrato la sua amicizia, del fatto che mi chiedeva spesso di leggere i suoi testi prima di farli stampare, di presentare le sue opere e i suoi libri, sempre però insieme ad altri, e se si trattava di lectures all’Università, soprattutto insieme agli studenti. Nella presentazione del suo libro L’architettura italiana sotto il fascismo (2008) fatta al DiAP, ad esempio, si è svolto un dialogo vivacissimo tra docenti, dottorandi e studenti come non ne sentivo da tempo. Non dimentico, però, un episodio che mi lasciò perplessa, perché mi rivelava una traccia della sua personalità che davvero non sospettavo. Non ricordo precisamente quando avvenne, mi sembra però alla fine del Novecento. “Sandra”, mi fece Carlo, “ma hai letto le statistiche?” E io: “No, cosa dicono?”. Lui: “Che la percentuale di studentesse alla Facoltà di Architettura ha ormai superato quella degli studenti!”. E a me, che ero rimasta in silenzio, soggiunse: “E la fine dell’architettura!”.

      

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