Questa è architettura. Il progetto come filosofia della prassi – recensione di Mario Pisani

L’autore, laureato con Massimo Cacciari nel 1986 e ora docente di Storia alla Facoltà di Architettura-Leonardo del Politecnico di Milano, ha scritto volumi di sicuro interesse come quelli dedicati a Hans Poelzig (1992) e a Béla Lajta (1999), oltre a una Storia dell’architettura contemporanea I e II (2008) dal taglio Milanocentrico, dovuto alla sua formazione. Si è anche misurato con l’architetto come intellettuale (2019) dove passa in rassegna coloro che nel ‘900 hanno tracciato la storia di questa disciplina. Alcuni ne hanno annunciato anche la scomparsa anche «come sistema di pratiche, come professione che tradizionalmente tiene al suo centro l’idea di progettare e organizzare lo spazio» come sostiene Manfredo Tafuri.

Quest’ultima fatica affronta la filosofia della prassi del progetto e inizia riportando la nota frase di Adolf Loos: «Quando in un bosco troviamo un tumulo, lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: Qui è sepolto qualcuno. Questa è architettura». Ma solo la tomba  solo può rappresentarla?

In realtà quando l’abate Marc-Antoine Laugier ci indica la famosa capanna in tronchi e foglie d’albero, sostenendo che sia architettura non allude a un determinato modello ma all’archetipo ideale. Oggi, in anni di sradicamento e perdita di senso, lontani anni luce dal concepire un tempio, edificio innalzato sulla terra e sotto il cielo che la caratterizzava in quel gioco di rapporti armonici, torniamo a interrogarci su cosa sia l’arte di costruire edifici mirabili. Opere così diverse dalle case del contadino che «sembra che stiano lì come se non fossero create dalla mano dell’uomo».

Per Mies Van Der Rohe l’architettura deve servire alla vita. Lo conferma Luigi Snozzi quando scrive che essa nasce da bisogni reali, ma va al di là di questi. Per scoprirlo basta osservare le rovine, un argomento lucidamente trattato da Franco Purini.

Luis Barragán getta in campo la sfera emozionale sostenendo che deve creare emozioni ed esprimere la bellezza, rammaricandosi del fatto che libri e riviste che si dedicano a questa «abbiano bandito dalle loro pagine le parole Bellezza, Ispirazione, Magia, Incanto, così come i concetti di Serenità, Silenzio, Intimità e Stupore».

Ma in cosa consiste la bellezza in architettura? Per Loos la più alta perfezione ed esclude che un manufatto poco pratico possa ritenersi bello. Per esserlo deve trattarsi di «un oggetto al quale non si può togliere né aggiungere nulla senza pregiudicarne la perfezione» come sostiene un trattatista del Cinquecento.

Tra le numerose considerazioni ampiamente condivisibili che costellano le pagine del volume si può rintracciarne una che crea una inedita affinità elettiva tra Aldo Rossi e Massimiliano Fuksas. Il primo sostiene infatti che «la cosa più importante nel lavoro di un architetto è dare un’idea: un’idea che dimostri una certa superiorità rispetto allo schizzo buttato giù di getto, o all’appunto preso casualmente. L’architettura nasce da un’immagine, un’immagine precisa che è calata nel profondo di noi stessi e si traduce, appunto, nel disegno, nella costruzione. Il momento più importante è proprio l’idea dell’architettura. Solo quando si ha in testa questa idea si può iniziare a disegnarla e, di conseguenza, a perfezionarla (…) Senza un’idea di fondo non si può avanzare nell’architettura».

Ho sentito più volte il secondo affermare gli stessi concetti. Anche il noto progettista brasiliano Paulo Mendes da Rocha ritiene che l’architettura sia materiale e contemporaneamente innervata, “illuminata” da una idea. Non si tratta semplicemente di una cosa, ma è “cosa tra cose”.

L’epilogo del volume riprende l’antico concetto di Argan della morte dell’arte sostenendo che  siamo all’epilogo per il suo non essere autenticità. A poco serve il fatto che, come scrive Biraghi,  può essere un farmaco per la città, una medicina capace di risanarla, rimediando alla sua attuale inettitudine a farsi “luogo” armonico, organico, “grande casa” in grado di accogliere, metabolizzare la “piccola città”. Non resta che cantarle il de profundis.

In copertina: Marco Biraghi, Questa è architettura Il progetto come filosofia della prassi, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 2021, p. 190 con immagini in b. e n. € 20,00.

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