Dubai, L’ultima utopia – recensione di Mario Pisani

A Dubai si è appena inaugurata la sfilata delle meraviglie, l’Expo 2020, rinviato per la pandemia memoria del Crystal Palace della Grande Esposizione a Londra del 1851. Ogni stato presenta il proprio padiglione più o meno interessante e in sintonia con i linguaggi aggiornati dell’architettura, ovviamente firmati dallo star system. Non è un caso che questa fiera della vanità sia stata realizzata nella città che si proclama la più felice del mondo, come recita lo slogan che ti accogliere all’aeroporto.

Appena giunti si resta esterrefatti per l’efficienza dell’aria condizionata presente ovunque e per l’enorme galleria con l’interminabile sfilata di botteghe duty free. L’Expo rappresenta uno dei tanti eventi ben pilotati dalla strategia dei media per ottenere consensi. Dubai, guidata da abili emiri, imparentati tra loro e esclusivamente di sesso maschile, ha condotto velocemente il paese alla modernità applicando il sistema capitalista, la ricerca preminente del profitto e l’accumulazione della ricchezza. Qui però ha mostrato di saper “governare le cose” meglio di altri. L’obiettivo? Rappresentare l’ultima utopia, quella consumistica dove la felicità si fonda sullo spreco e sull’abbondanza. Poco importa se l’altra faccia, quelle parti di città che nessuno mostra, è una società privata dei diritti, senza libertà politiche e civili, ai limiti della schiavitù. Le relazioni umane ridotte al minimo, per non parlare del gran senso di solitudine e del tasso dei suicidi che tra gli immigrati è altissimo, sette volte più elevato di quello dei nativi.

È proprio questa la città più felice del mondo?

Ce ne parla il libro di Emanuele Felice, professore di Politica economica all’Università «Gabriele d’Annunzio» di Chieti-Pescara, che ha più volte viaggiato negli Emirati ed ha approfondito l’argomento, mostrando luci e ombre.

Sicuramente il Burj Khalifa, che ho visitato anch’io anni or sono, desta meraviglia con la sua altezza di 740 metri, lo sfoggio delle costose macchine parcheggiate davanti e i meravigliosi datteri offerti alla hall del più grande ed elegante edificio al mondo. E sarà pur vero che il Dubai Mall, con la sua pista da sci e i 1200 negozi viene visitato da 47 milioni di persone, è il più grande al mondo, come la ruota panoramica, il  Dubai Eye, che tocca i 210 m. d’altezza. Si potrebbe continuare con le tante realizzazioni come la Palm Jumeirah il grande complesso artificiale con le ville per i ricchi e il disegno a forma di palma. O  tra le ultime novità il Dubailand, il vasto parco alla Disneyland annunciato nel 2003. O segnalare che il già citato Burj Khalifa consuma un milione di litri d’acqua al giorno, ottenuti grazie a opere di desalinizzazione del mare che non hanno eguali.

Non occorre quindi stupirsi che l’Emirato contribuisce con aggressività al deterioramento del pianeta e al surriscaldamento globale, anche se nel 2015 è iniziata la costruzione del più grande impianto di energia solare al mondo a 50 km a sud di Dubai, in pieno deserto.

Tutto ciò, e molto altro ancora, è avvenuto nell’arco di pochi decenni. Dall’avvento dell’Islam alle soglie del Novecento vi abitavano in tende e capanne solo 80.000 abitanti, dediti alla pesca e all’estrazione delle perle che viene sostituita dalla loro coltivazione, inventata dal giapponese Mikimoto. La ripresa dalla depressione la si deve al petrolio, negli anni ’40, che diviene il volano dello sviluppo. Oggi occupa solo il 5% delle entrate fondate sul commercio di transito iniziato con il porto nel 1961 e pochi anni dopo con l’aeroporto, il primo al mondo con il duty free che apre la gold age per questa parte del mondo.  Ad essa collabora anche la compagnia aerea: la Emirates Airlines gestita da dirigenti efficienti provenienti dalla British Airways.

Il futuro è nei quartieri in costruzione come la Città di Mohammed, verso l’interno dove è previsto , tanto per cambiare, un enorme centro commerciale con pista da sci lunga 1,2 km, una vasta area dedicata all’arte e alle gallerie, hotel, appartamenti e ville su una laguna artificiale di 7 km navigabili, d’acqua dolce, piacevole perché senza cloro, per un brevetto peruviano. Tutto ciò avviene anche grazie al paradiso fiscale dove si riciclano i soldi delle mafie e si ha a disposizione la manodopera a basso costo, privata dei diritti più elementari, che viene dall’India e dal Pakistan. Sicuramente per loro, anche se meglio dei luoghi d’origine, non è certo il paradiso.

In copertina: Emanuele Felice, Dubai, L’ultima utopia, il Mulino, Bologna 2020, p. 224 € 15,00.

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