DEI DELITTI E DEGLI AFFETTI – di Alessandra Muntoni

Renzo Piano ha patrocinato con il G124 una piccola casetta rossa nel giardino della Casa Circondariale di Rebibbia di Rebibbia, qui a Roma. Conosco bene quel luogo, perché mi è capitato di far parte di una commissione incaricata di interrogare un recluso − condannato per un efferato delitto −, che doveva sostenere un esame di Storia dell’architettura. Della commissione facevano parte anche Paolo Portoghesi e Giancarlo Priori. Non ho potuto nascondere il mio disagio in quella circostanza, anche se sapevo che fosse giusto salvaguardare il diritto allo studio anche di chi sta in carcere.  Mi meravigliò, peraltro, la gradevolezza dello spazio verde antistante alla costruzione, anch’essa semplice, sobria, ma costruita con cura, accogliente, pensata con dei criteri allora ancora poco diffusi, almeno in Italia.

Ebbene, Sergio Lenci ha subito una pena tremenda per aver progettato la Casa Circondariale di Rebibbia con affetto. Vittima di un attentato, ha ricevuto un “colpo alla nuca” da un gruppo di terroristi che lo aggredisce nel suo studio, evento che poi ha raccontato nel suo omonimo libro, del quale ho recentemente scritto in questa rubrica (04-06-2021). Ora un risarcimento importante, anzi due. Le sue idee hanno fatto breccia nella coscienza comune e un grande architetto come Renzo Piano ha fatto gemmare nel suo giardino − e da questa particolare sensibilità −, un oggetto sorprendente, fino a poco tempo fa imprevedibile, oggi immediatamente collimante col senso comune.

La casetta si chiama “Casa per l’affettività e la maternità”, ma è stata subito ribattezzata “La casetta degli abbracci”, o anche e meglio “Ma.Ma”, una doppia sillaba che nasce naturalmente sul labbro dei bambini e che sintetizza con affetto il mistero della maternità. Nella casetta rossa le madri recluse possono incontrare e passare qualche ora con i propri figli che non possono più tenere con sé, anche quelli nati in prigione, se hanno superato i quattro anni. Gli articoli di Francesco Merlo su «la Repubblica» (20-ottobre-2021) e di Lucia Brandoli su «Domus» (21-ottobre-2021) mettono bene in evidenza il significato di questa piccola opera: Merlo definisce la casetta “un miniappartamento degli affetti” e cita quanto ha detto Pisana Posocco, docente e studiosa esperta di edilizia carceraria che ha coordinato i tre giovani architetti Martina Passeri,  Attilio Mazzetto e Tommaso Marenaci: “… si capisce che le parole e gli abbracci, la casa e lo stare insieme sono un’ottima terapia anche contro il far male a se stesse”. Ricorda anche quanto ha sostenuto Annamaria Cancellieri, quando era Ministro della Giustizia del Governo Letta: “Se una casa in prigione deve somigliare il più possibile a una casa, una prigione deve assomigliare il meno possibile a una prigione”.

Che dire? Il ritorno agli archetipi, che Piano ha sempre schivato, in questo caso funziona. Una sorpresa anche per me.

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