Aldo Rossi. Il teatro e la città_recensione di Mario Pisani

Alcuni giorni or sono si è celebrato a Valle Giulia, nell’aula magna della facoltà di architettura, l’ottantesimo compleanno di Franco Purini e il novantesimo di Paolo Portoghesi. Densi e partecipati gli omaggi e le testimonianze. Da Mario Botta a Peter Eisenman, da Claudio Strinati con la missiva impossibile da Francesco Borromini a Luca Molinari con quella da Giovanni Battista Piranesi. Anche il seguito, nel giardino autogestito, i brindisi essenziali e qualche dolcetto, lo scambio dei saluti e degli sguardi nel tentativo di riconoscersi nonostante la mascherina, ha contribuito a cementare quel senso di comunità che raramente si ritrova in una città dispersiva come Roma. L’unica pecca l’età media dei partecipanti. Ad essere ottimisti tra i cinquanta e i sessanta. C’era da chiedersi dove fossero gli studenti.

Mi vengono alla mente queste considerazioni chiudendo l’ultima pagina del piccolo ma profondo libretto che Portoghesi a dedicato a Aldo Rossi col sottotitolo Il teatro e la città. Magnifiche le immagini e la copertina. Il disegno che tiene insieme il Teatro del Mondo con l’ingresso di quella famosa Biennale. La stessa che, come annota Carmen Andriani nella presentazione, indicava cosa stava mutando. “Il Novecento non era ancora finito e la contrapposizione ideologica di due posizioni culturali inconciliabili ne rappresentava l’ultima resistenza: il congedo dai rigidi costrutti della modernità erano di fatto già operanti e la cultura postmoderna, fluida e senza centro, segnava una sensibilità nuova, fuori dagli stereotipi, dalle ideologie e dai principi contrapposti”. Ma chi è in grado di coglierla e soprattutto conosce Aldo Rossi, oltre ai reduci di quella tenzone guidata da Manfredo Tafuri e i pochi interessati alla storia della contemporaneità, quasi un ossimoro ?
Eppure basterebbero poche frasi del primo italiano a conquistare il premio Pritker per comprenderne il valore. Ad iniziare dalla considerazione che in architettura ciò che va cercato è il significato piuttosto che la funzione, l’uso o l’organizzazione della forma. Ciò si riscontra nell’ampliamento del cimitero di Modena e a Genova, nel teatro Carlo Felice, dove si è tenuta la lezione magistrale, e in un altro suo capolavoro purtroppo andato distrutto: il Teatro del Mondo. Cosa rappresenta ? Lo annota Rossi nei Quaderni azzurri. Il “richiamo fiabesco al mondo dei fari che punteggiano le coste di tutto il mondo, frammenti di presenza umana in conflitto con la solitudine del paesaggio, simbolo della forza del segno umano contrapposto alla natura; ma anche una interpretazione della città, un richiamo ai fari che affiancano la basilica di san Giorgio e alle baracche ottagonali dei gondolieri” (…) la profezia di una possibile Venezia Analoga in cui i monumenti e spazi si rimescolano come frammenti in un grande sogno contagioso”. Come ha avuto modo di scrivere nei Quaderni azzurri.
A distanza di vent’anni dalla sua morte, l’attualità del suo essere inattuale, mostra come scrive Portoghesi la “capacità di dirci ancora come si può non essere complici dello sfacelo, come si può continuare a essere se stessi in un mondo dominato da Dio-Denaro annientato nella sua essenza dalla tenaglia del consumo. L’architettura non può cambiare il mondo; l’utopia redentrice del movimento moderno è caduta con la carneficina delle due guerre e della guerra globalizzata che stiamo vivendo, ma l’architettura può lasciarci vivere, può ancora fare da sfondo alla resistenza civili e ai tentativi di liberazione”. Proprio per questo vale la pena comunicare il valore del suo lavoro agli studenti.

In copertina: Paolo Portoghesi, Aldo Rossi Il teatro e la città, saget editori, Genova 2021, p. 176 con numerose foto a colori, €20,00. 

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