VOTAZIONI NELLA FIRENZE DI DANTE – di Alessandra Muntoni

Tempo di votazioni. Tempo d’instabilità. Tempo di rievocazioni dantesche. Ecco perché, del libro di Alessandro Barbero su Dante mi hanno interessato soprattutto i capitoli dedicati al governo della Firenze popolare alla fine del Duecento, allorché il poeta fece parte del Consiglio dei Trecento. Una società burrascosa e violenta, quella di Firenze, divisa tra Gentili e “popolani”. I primi formavano le 70 grandi e ricche casate dei magnati – vale a dire la nobiltà dei proprietari terrieri e Cavalieri – che allo scadere del secolo erano esclusi dal potere; ma ne facevano parte anche banchieri e uomini d’affari. I secondi costituivano un corpus molto esteso e in continuo mutamento: alcuni svolgevano attività di rilievo economico, istituzionale e culturale – mercanti, imprenditori, artigiani, presta-valuta, bottegai, ma anche letterati, giuristi, avvocati, notai – altri appartenevano al popolo minuto senza grandi ricchezze.

Complicatissimo il sistema politico che reggeva il Comune. Si tratta di un «regime di popolo», allargato a «una vasta fascia di popolazione produttiva», scrive Barbero. Il Governo era formato da un Podestà − appartenente ad una altra città e da verificare ogni anno − sei Priori delle Arti e un Gonfaloniere che doveva far rispettare gli Ordinamenti di Giustizia per salvaguardare «i popolani dalla violenza dei magnati». Ordinamenti che, proprio ai tempi di Dante, vengono messi in discussione. Il Consiglio Generale raccoglieva rappresentanti di tutti gli strati sociali. I priori, tuttavia, restavano in carica per un periodo brevissimo, due mesi, «per evitare qualsiasi concentrazione di potere».  Si susseguivano per le deliberazioni altri Consigli: il Consiglio dei Cento che «rappresentava gli interessi dei contribuenti più ricchi», il Consiglio del Capitano del Popolo, il Consiglio speciale e il Consiglio generale del Comune. Nel complesso si trattava di almeno 676 cittadini, rinnovati ogni sei mesi, in una città di circa 70.000 abitanti, allora una delle metropoli più popolose d’Europa. Partecipavano alla politica, poi, anche le Capitudini delle dodici Arti maggiori, «cioè i collegi dei consoli che dirigevano ognuna delle 21 corporazioni», perché, per accedere al Priorato si doveva essere iscritti a un’Arte − una congregazione professionale alla quale si poteva aderire anche senza svolgerne il lavoro − mentre ne restavano esclusi i Cavalieri.

Un sistema complesso, intrecciato, molto partecipato ma anche in continua mutazione, cosicché la conflittualità tra le fazioni che dividevano la società, anziché esser tenuta a freno, era quasi favorita. Vi si individuano tracce della democrazia ateniese (l’assemblea ma anche l’ostracismo) o del sistema della prima repubblica romana (il consolato con due esponenti da cambiare ogni anno), complicate da una parte dalla crescita sociale impetuosa e dalle variegate attività professionali, artigianali e militari, dall’altra dalla rigidità delle corporazioni. Si aggiunga la carenza di fiducia tra i cittadini, tanto da affidare il governo ad un arbitro esterno, il Podestà, chiamato da altre città non sempre amiche.

Invano Dante, esponente «emblematico di quelle situazioni intermedie (o “mezzane”)», scrive Barbero, cercherà di mitigare questi conflitti e guarderà con un certo interesse la parte dei nobili ghibellini. I Guelfi allora al potere si divideranno in Bianchi e Neri, appartenenti alle famiglie avversarie dei Cerchi e del Donati, e i Bianchi, tra cui Dante, saranno condannati all’esilio senza subire neanche un processo.  Gli esuli Bianchi finiranno per allearsi ai nobili ghibellini fuoriusciti da Firenze prima di loro e tenteranno di riconquistare la città, ma senza alcuna fortuna, rimanendo per sempre fuori dalla città natale. Non c’è da meravigliarsi se i Signori, allora esclusi dal potere, sapranno giocare su questi conflitti e, alleandosi con la parte ricchissima dei banchieri, riprenderanno il potere creando le Signorie.

Possiamo imparare qualcosa da tutto ciò?

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