“Tramonto della città globale, Dal Maxischermo alla Metropoli del contagio” – recensione di Mario Pisani

Davide Galleri, grazie alla meritoria iniziativa dell’Ordine degli Architetti di Roma, dopo il premio per la critica, pubblica il suo primo libro. Capita raramente di segnalare il saggio di un giovane critico. L’autore ha 25 anni ed è un buon auspicio per un Paese che vive, rispetto al resto d’Europa, un impasse, un rallentamento nell’affermazione negli studi artistici. Spesso i ricercatori sfiorano i sessant’anni.

L’argomento riguarda il tramonto delle megalopoli,  città attrattive che per loro natura spogliano i territori circostanti grazie ad una rete di trasporti efficienti (porti, aeroporti, alta velocità) unita al sistema delle comunicazioni.

Nelle ampie fasce periferiche si insediano i nuovi migranti trasformandole in luoghi della conflittualità sociale,  rimossa e oscurata da quella che si connota come la società opulenta dell’apparire. I ceti medio alti vivono invece nelle gate community, insediamenti chiusi. In Cina, ma anche altrove, con guardie ai cancelli. Dotate di parcheggi, piscine, parchi, club per  residenti e attrezzature che li rendono esclusivi come il West 57th residential building a New York di BIG Architects. Nessun rapporto con gli abitanti delle aree limitrofe e il ruolo dell’architettura consiste nel rendere attrattivo il nuovo sviluppo immobiliare di città come Dubai, Singapore, Pechino o Shangai. I centri storici, là ove resistono, privati di nuovi abitanti, vengono mummificati e sull’onda del turismo di massa trasformati in una sorta di Disneyland verniciata a nuovo. Le emergenze architettoniche, testimoni di altre epoche, subiscono continui restauri che eliminano lo scorrere del tempo. Tutto è  eterno presente. A fare da contraltare i mega centri commerciali e le cittadelle dell’Outlet in cartongesso, anch’esse chiuse ed arroccate da cinte murarie e portali classicheggianti. Qui si compie il rito del consumo, spesso in famiglia, come un tempo si andava alla messa.

L’autore constata come nel tempo presente cambi la scena della metropoli. Il “business è legato all’immagine urbana”. Non rappresenta  solo l’espressione del potere negli scambi commerciali, ma il punto d’arrivo dell’inurbamento, la speranza di riscatto, come avveniva negli anni ’60 per gli emigranti che dal sud d’Italia giungevano al nord con la valigia di cartone. Speravano in un miglioramento delle loro condizioni di vita che, nello stesso tempo,  rappresentava un’opportunità di incremento delle rendite fondiarie per gli immobiliaristi.

L’analisi prosegue confrontando le idee di due progettisti che hanno analizzato la città simbolo: New York. Frank Lloyd Wright “precursore assoluto della critica alla metropoli accentratrice e fautore di una rivoluzione ambientale” che la contrasta con forza, proponendo il suo modello di città ideale: Broadacre, una città ideale per 1400 famiglie su una contea di 4 miglia quadrate.  Dall’altra Rem Koolhaas che la utilizza come punto d’avvio per l’architettura del futuro. Tranne poi ripensarla con la mostra al Guggenheim che chiama Countryside. The future, dove dimostra che lo scontro ineluttabile per la vita futura si gioca proprio sul rapporto città-natura.

In conclusione si pone una questione che sempre meno appare sullo scenario universale: quella dell’equità sociale. Fino a pochi anni or sono il compito dell’architetto era quello di costruire case belle per i più. Oggi, i grandi interpreti contemporanei, “progettisti di mondi possibili,  si ritagliano il ruolo sempre più marginale di raffinati esecutori di grandi interessi politici ed economici” finendo per ignorare i grandi numeri. Saranno forse i giovani a risvegliare l’architettura dal lungo torpore ?

In copertina: Davide Galleri, Tramonto della città globale, Dal Maxischermo alla Metropoli del contagio, Editrice dell’Ordine degli Architetti P.P.C. di Roma e Provincia, Roma 2020, p. 116, €12,00.

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