LO XINGU DI EDITH WHARTON E QUELLO DI SEBASTIÃO SALGADO – di Alessandra Muntoni

Affascinata dalle strepitose gigantografie di Salgado esposte al MAXXI nel buio assoluto, incontro – tra i luoghi della foresta intrigatissima e impenetrabile, le nuvole esplosive di un bianco spettacolare e i gruppi delle popolazioni autoctone dell’Amazzonia – il nome dello Xingu che ricordavo per una straordinaria novella di Edith Wharton (1916). Diversissimi intendimenti: qui la graffiante critica a un gruppo di signore della provincia americana che ha formato un centro culturale dallo strano nome di Lunch Club senza averne nessuna capacità, lì la denuncia della drammatica situazione di una immensa riserva umida di biodiversità che rischia di essere distrutta.

Al Lunch Club di Hillbridge, scrive la Wharton, era stata ammessa la giovane e graziosa Mrs Roby, appena giunta insieme al fratello da un paese “esotico” (era appunto il Brasile). Ebbene, quando arriva nella cittadina la celebre scrittrice Osric Dane, le signore la invitano per festeggiarla e parlare del suo ultimo libro. Nessuna di loro, però, è in grado di sostenere la conversazione, quando la giovane pronuncia la parola fatale: Xingu. Secondo lei, il libro è “profondo” come lo Xingu, è addirittura “intriso di Xingu”. Nessuna sa cosa vuol dire Xingu, ma fingono di saperlo, immaginano sia una specie di filosofia, ed esce fuori un dialogo assurdo quanto divertente. Mrs Roby, però, ha fretta d’andarsene per un impegno preso con i compagni di bridge ed esce dal gruppo subito seguita dalla scrittrice cui ha fatto un gesto d’intesa. Ridendo insieme si dileguano. Le signore, irritate e restate sole, si confessano di non sapere cosa sia lo Xingu, finché, consultando l’Enciclopedia Britannica, scoprono che è un fiume dell’Amazzonia!  Perbacco, la ragazza le ha messe nel sacco; tutti gli aggettivi che aveva trovato per definire il libro andavano benissimo sia per un romanzo (le era caduto nell’acqua dello Xingu durante un’escursione) sia per un fiume! Non resta che cacciarla dal Club.

Scrive invece Salgado: «La foresta dell’Amazzonia è l’unico posto al mondo in cui l’umidità aerea non dipende dall’evaporazione degli oceani. Ogni albero funge da aeratore e proietta nell’atmosfera centinaia di litri d’acqua ogni giorno creando i cosiddetti “fiumi volanti”, la cui portata supera persino quella dei Rio delle Amazzoni. Le fotografie satellitari sono solite immortalare la foresta tropicale quasi interamente ricoperta di nubi. Il giorno in cui la giungla sarà perfettamente visibile dallo spazio significherà che i “fiumi volanti” saranno scomparsi, con tutte le conseguenze catastrofiche che ciò implicherebbe per il pianeta». Ecco perché le fotografie di Salgado hanno una valenza politica: documentano una estrema bellezza, una condizione di vita naturale e la loro probabile scomparsa dovuta alla politica di deforestazione selvaggia praticata da Bolsonaro. Attenzione, la sua non è solo una documentazione scientifica, è anche un cantico poetico, un poema scritto con la grafia dell’incisione del raggio luminoso su lastra, una metamorfosi che trasporta una parte della terra in un mondo dell’altrove, compreso in profondità proprio perché osservato con amore.

Insomma, Salgado ci dice che  la Terra non è il pianeta azzurro, e nemmeno il pianeta verde, sembrerebbe piuttosto un pianeta grigio, con tonalità spesso cupe, se non fosse per una luce accecante che fa vibrare di vita nuvole, vapori, acque, foreste e uomini. Puntiamo su quella, che faccia risplendere i programmi di tutela di Pangea.

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