INCENDI METROPOLITANI: IL PONTE DELL’INDUSTRIA – di Alessandra Muntoni

Sembra impossibile, invece era la cosa più prevedibile ed è puntualmente accaduta: nella tarda serata del 3 ottobre scorso un’improvvisa fiammata è fuoriuscita dal ponte dell’Industria, per propagarsi poi in un incendio devastante che ha piegato le travi in ferro e gettato nel panico i due popolosi quartieri da una parte e dall’altra del Tevere: l’Ostiense e il Marconi.  Costruito nel 1863 durante il pontificato di Pio IX, questo ponte costituisce uno dei pochi retaggi dell’ingegneria industriale a Roma. La sua perdita sarebbe un grave danno per l’immagine e la memoria della Roma contemporanea. Quali le cause dell’incendio? A una prima indagine si è individuata una sacca per il momento sconosciuta, o almeno non censita, di clochard, rom, homeless che provvisoriamente trovavano alloggio “sotto i ponti”, adagio tipicamente romano: cioè “sotto quel ponte”. Un fornello che ha preso fuoco? La conseguenza di qualche maldestra manutenzione sui fili elettrici? Ancora non è chiaro.
«Le cose lasciate senza manutenzione e senza cura si auto-distruggono», scrive Massimiliano Tonelli su “Artribune 10” e ricostruisce così la storia del ponte: «Era un ponte ferroviario. Siamo agli albori della piccola epopea ferrata dello Stato Pontificio che di lì a qualche anno diventerà Italia per opera dei piemontesi. C’era la Stazione Termini (nella zona appunto di Termini, ovvero delle Terme di Diocleziano) dove si attestavano le linee che collegavano con i Castelli Romani e verso Napoli, Anzio e Tivoli. E c’era la Stazione Porta Portese, (poi portata in Piazza Ippolito Nievo nel 1889), dove si attestavano le linee che collegavano con Civitavecchia che era ed è ancora oggi l’importantissimo porto sul Tirreno della città. Si trattava di unire i due tronconi e dunque valicare il Tevere, lo si fece facendo costruire in Inghilterra una passerella in ghisa e acciaio progettata da Jean-Barthélémy Camille Polonceau che poi venne assemblata a Roma da una società belga e infine inaugurata dal Papa e dallo spregiudicato modernizzatore di quegli anni (ce ne fossero!) Cardinal De Mérode».
Ma la principale responsabilità della manutenzione e della cura è di chi amministra, di chi governa la città. Poi, ovviamente, c’è il livello di civiltà dei cittadini. Ma c’è anche l’incapacità di dare alloggio adeguato a una massa di persone inurbate prive di ogni mezzo e di lavoro. Non si può parlare di auto-distruzione, allora, semmai di favorire la distruzione con l’incuria.
Possiamo anche metterla così, almeno questa è stata la mia reazione immediata: la città si ribella al suo degrado e lancia un urlo terribile e spettacolare: vuole essere salvata, vuole che noi la salviamo, vuole essere di nuovo la città del miracolo e della rinascita. Poco probabile, ma imprevedibilmente possibile, perché le risorse ci saranno, quelle del PNRR; la volontà per ora latente può e deve farsi esplicita capacità di governo e di partecipazione.
Sono ancora in corso le elezioni per il nuovo sindaco di Roma, vanno al ballottaggio Enrico Michetti per il centrodestra e Roberto Gualtieri per il centrosinistra. Il ponte incendiato è un segnale drammatico che costringe i contendenti, ma anche gli elettori, a ragionare e a trovare soluzioni contro il progressivo disfacimento della capitale d’Italia, dopo anni di governi fallimentari che si sono susseguiti negli ultimi anni: Alemanno, Marino, Raggi. Il prossimo sindaco è avvertito. Se non sarà all’altezza la città si ribellerà con furia inaudita.

1 Comment

Scrivi un commento