“Il giuramento di Pan. Per una fratellanza estetico-politica in architettura” – recensione di Mario Pisani

Mi chiedo spesso cosa cerchiamo in un libro. Perché si continua a leggere e a interrogarci sul senso di ciò che abbiamo letto, giunti all’ultima pagina? Forse il desiderio che anima la lettura consiste nella ricerca del brano folgorante. Inatteso. In grado di fermarci e costringerci a riflettere, mettendo in moto la molla del ricordo, scavando su ciò che abbiamo letto.

Il libro di Peluffo dischiude un mondo legato all’architettura. Fin dalle prime pagine scrive: “Io vorrei parlare di un futuro dell’architettura in cui, senza alcun vernacolo, senza alcun eclettismo, ma con eretico e infantile erotismo, si possa tornare a trasmettere un’idea del mondo”.

Del resto il progettista rappresenta, fin dagli esordi, quando innalza i dolmen o i menhir, costruisce le piramidi o i nuraghi, il tramite con il mondo. Veste l’abito del pontefice massimo, colui che costruisce ponti, veglia sui templi e custodisce la pianta segreta della città. Innalza opere che rappresentano l’idea di bellezza “intesa come forma di dialogo fra l’anima, lo spirito dei luoghi, del tempo, e gli individui”,  una bellezza condivisa che esprime l’unanime sentire.

Per parlare del futuro occorre però girarci indietro e guardare cosa è avvenuto all’inizio del secolo breve. All’avventura del Movimento Moderno, mai definita con così tanta virulenza, forse troppa:  “il libretto di un’opera tragica; un disastro puritano, moralista, consumistico, invasivo, esclusivo, servile. Prepotente nel suo servilismo. Arrogante nel suo essere «a disposizione»”. Ed ancora “Una gigantesca truffa culturale, economica e politica. Contro l’essere umano, contro la città, contro il paesaggio”.  Ma è davvero così ?

Certo lo stato delle nostre città è sotto gli occhi di tutti. Ed è vero che perdura, nonostante le buone intenzioni uno iato, una profonda frattura tra etica ed estetica, dovuta all’affermarsi del modello non solo economico ma di vita calvinista che ha finito di comprimere e annullare le culture del sud del mondo. Che fare per rispondere alla situazione presente?

L’autore invoca la necessità di tornare al mito come necessità spirituale, archetipica e corporea dell’uomo come essere collettivo. Ricorda Cesare Pavese “Ci vogliono miti, universali fantastici, per esprimere a fondo e indimenticabilmente quest’esperienza che è il mio posto nel mondo”.

In questa prospettiva, mentre Paul Ardenne in La città buona ci propone, per realizzare quell’ideale,  una sorta di giuramento di Ippocrare, all’insegna del curare, per una architettura del recupero, consapevoli che “il mondo che verrà” non potrà produrre il “mondo di prima” ma un’etica dell’attenzione che ci riporti ad un approccio umanista piuttosto che allo spirito che domina l’architettura delle star, Peluffo invita i progettisti a compiere, con la necessaria sacralità, un giuramento a Pan. Per affermare che l’obiettivo dell’architettura non può che essere la felicità degli uomini.

Vi sono una serie di postulati che rafforzano l’idea del giuramento rendendolo comprensibile ad iniziare dal prevedere che l’Architettura accolga la tecnologia come strumento di benessere collettivo, non come linguaggio o principio fondativo; che in essa si riconosca lo Spazio, luogo fisico, simbolico, significante e mitico in grado di connettere ciò che avvertiamo individualmente e il sentire pubblico. L’accettare che nell’Architettura possa trovare spazio la debolezza, la caducità del corpo umano, lo spirito e l’archetipo, il mistero del Tempo ma anche le figure del Mito, elementi di condivisione dello spazio e del linguaggio architettonico.

Insomma l’autore ci propone un inno, un canto sussurrato a Pan per vincere il panico per ciò che può avvenire domani e riscoprire nella natura l’indiscutibile forza creatrice.

In copertina: Gianluca Peluffo, Il giuramento di Pan Per una fratellanza estetico-politica  in architettura, Marsilio editori, Venezia, 2021.

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