Architettura tra preesistenze e innovazione. L’esempio della Banca d’Albania – recensione di Mario Pisani

È proprio vero che un libro rinvia ad un altro. Dopo aver letto Albania nel terzo millennio Architettura, Città, Territorio, curato da Nilda Valentin, si avverte la necessità di approfondire l’argomento con il volume di Marco Petreschi. Tratta del restauro e ampliamento della Banca d’Albania e rappresenta un sobrio omaggio a Vittorio Ballio Morpurgo, autore tra gli altri del complesso di Piazza Augusto Imperatore con la teca dell’Ara Pacis, sostituita dall’intervento di Richard Meier.

L’architettura della Banca si pone in sintonia con il linguaggio neo monumentale adottato dal regime e utilizza il travertino e quei mattoni che richiamano l’archetipo della casa albanese, con la volontà di affermare una continuità storica con gli elementi più rappresentativi del passato. Del resto vale la pena chiedersi se poteva essere diverso l’edificio che custodisce le riserve auree di una nazione. In esso appare l’indubbia competenza nei disegni generali e di dettaglio che rappresentano l’opera e una profonda conoscenza dell’arte di costruire. Tipica di quella generazione di progettisti.

Alcuni stilemi, penso ai pilastri che formano una sorta di portico antistante l’ingresso della Banca, si ritrovano nel progetto del concorso del Palazzo del Littorio, ottenuto curvando il prospetto precedente. Ancora più interessante è indagare però sui precedenti. Quei pilastri appaiono a corona dell’ingresso dell’Albergo Rosso, progettato da Innocenza Sabbatini nel 1929 a Roma, nel quartiere della Garbatella e nell’abside della chiesa del Cristo Re di Marcello Piacentini, completata nel 1934.

Tra i vari interventi presenti nel volume si nota il testo di Antonella Greco che ragiona sui mosaici di Giulio Rosso e i bassorilievi di Alfredo Biagini, in sintonia con il “ritorno all’ordine”. Rinviano al Convegno internazionale del Volta del ‘36 e al confronto tra le posizioni di Le Corbusier e quelle di Marcello Piacentini. Il primo ritiene che “l’architettura non ha bisogno dell’arte”; “affreschi, mosaici, decorazioni, sono l’annientamento del muro, meglio i fotomontaggi”. Piacentini invece ritiene che l’architettura sia la madre di tutte le arti e propone l’architetto regista dell’opera con la collaborazione di tutti.

Petreschi interviene progettando il restauro della parte esistente, realizzato grazie al ritrovamento e utilizzo degli elaborati e i dettagli architettonici originali. Progetta quindi l’ampliamento dell’edificio vincendo il concorso internazionale. Tra gli elementi più interessanti si segnala la quinta urbana e il suo arredo perché favorisce la visibilità del nuovo volume in rapporto al contesto. Ciò avviene mediante fontane, vasche d’acqua e panchine che si illuminano di notte, come i simboli che impreziosiscono il grande setto rivestito in pietra di Trani. La cascata d’ingresso accompagna il visitatore nell’ampio vestibolo e si ispira alle forre e ai corsi d’acqua che compongono il tipico paesaggio montano albanese.

Da condividere il giudizio di Vieri Quilici che sottolinea la piena maturità dell’autore tradotta “in fermezza metodologica nel ricercare il rapporto di dialogo e di confronto tra soggetti della realtà urbana, che è sempre possibile istituire. Un dialogo confronto tra l’esistente e il nuovo, in nome di una complessiva lunga durata degli esiti progettuali qualora si integrino, tra recupero e innovazione, entro la continuità della trama urbana”.

In copertina: Marco Petreschi, “Architettura tra preesistenze e innovazione L’esempio della Banca d’Albania”, Gangemi Editore International, Roma 2018, p. 144 con numerose foto in b. e n. e a colori, €.28,00.

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