“Dove ricomincia la città” – recensione di Mario Pisani

Giunti al termine di questo lungo reportage che prende in considerazione i luoghi più disparati e disperati di città come Roma, Milano, Torino, Venezia, Napoli e Catania si coglie a pieno il senso della lunga via crucis. È vero qui, in questi episodi urbani dove troviamo edifici abbandonati, fabbriche in disuso, terreni ai margini del tessuto urbano, abitazioni cadenti, in barba ai proclami, agli insulti, alle notizie false e tendenziose, si sta costruendo un Paese diverso. Disposto all’accoglienza, disponibile all’aiuto, a mobilitarsi e sostenere i deboli, gli emarginati, gli sconfitti.

Lo documenta Erbani, giornalista delle pagine culturali di la Repubblica e autore di numerosi saggi. Esiste un’altra Italia. Lo dobbiamo ad una fertile mescolanza in cui convergono ex attivisti politici, giovani sbandati, preti e prostitute, coop e associazionismo spontaneo. Di questa Italia dobbiamo essere orgogliosi perché è in grado di resistere ed operare per il bene comune. Anche nelle zone di margini. Vilipese dalla speculazione e spesso abbandonate dalle istituzioni. Da quella burocrazia che viene stipendiata per occuparsi di questi buchi neri della città contemporanea e latita.

L’altra considerazione che nasce spontanea consiste nel fatto che per capire ciò che continuiamo a chiamare periferia non è sufficiente l’urbanista. Non basta Giovanni Astengo per comprendere Torino o Vezio De Lucia per Scampia, Carlo Cellamare per Tor Bella Monaca. Né l’architetto, ammesso che si possa dialogare con Mario Fiorentino che ha realizzato Corviale, scomparso troppo presto. Ora, con il chilometro verde, il “mostro” prova a rinascere, grazie a Guendalina Salimei e Laura Ferretti. O con Franz di Salvo autore delle Vele di Scampia che in tanti abbiamo amato quando apparvero sulle pagine di L’architettura cronache e storia diretta da Bruno Zevi. Appaiono nel film Le occasioni di Rosa, appena terminate. Neppure con Pietro Barucci, l’autore del Laurentino 23, sconfitto nella “guerra dei ponti” da chi avrebbe dovuto proteggerlo e sostenerlo. A lui resta solo il disincanto.

Erbani sostiene che “l’architettura non basta, non basta l’urbanistica se entrambe si riducono a svolazzanti rendering oppure a illeggibili norme incastrate in altre norme”. Non è sufficiente neppure l’antropologo e il sociologo che come Franco Ferrarotti ha dedicato interi numero di La critica sociologica all’argomento. Né bastano i pochi politici illuminati come Luigi Petroselli, prematuramente scomparso o Ignazio Marino e il suo assessore Giovanni Caudio, emarginati dal loro stesso partito e costretti a dimettersi. Nessuno ripensamento per quel clamoroso errore!

Serve avere a fianco il cronista, colui che si reca sui luoghi ed è in grado di far parlare coloro che ci abitano, testimoni di tante sconfitte come a Mestre e di piccole preziose vittorie che propongono un modello diverso di abitare con persone più consapevoli e attive in relazione al contesto, come Acmos o Gridas. Disposte a condividere servizi, lavanderia, connessioni veloci, cucine, coltivare l’orto e salvaguardare il verde.  Pronte a divulgare “il difficile mestiere di vivere insieme, di accettare le diversità e di rifiutare ogni forma di sopraffazione”.

Del resto non è questo che chiede la città e soprattutto la periferia?

In copertina: Francesco Erbani, Dove ricomincia la città L’Italia delle Periferie Reportage dai luoghi in cui si costruisce un Paese diverso, Manni Editori, San Cesario di Lecce 2021, p. 240, €15,00.

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