“CASABALLA” AL MAXXI, AVANGUARDIA E ART DÉCO – di Alessandra Muntoni

Riapre al pubblico, su prenotazione, la casa dove ha vissuto Giacomo Balla con la moglie Elisa Marcucci e le figlie Luce ed Elica in via Oslavia, a Roma. Riaffiorano anche le decorazioni del Bal-Tic-Tac a via Milano, prova di un contributo eccezionale della cultura d’avanguardia presente a Roma nei primi anni Venti. Se la casa del pittore torinese, che aveva scelto la capitale come luogo d’elezione, è densa, quasi costipata, di oggetti artistici – quadri, sculture, mobili, apparati decorativi –,  il MAXXI, che cura anche le prenotazioni per la visita a CASABALLA, ne ha fatto una drastica selezione nella omonima mostra, lasciando campeggiare nello spazio sghembo e illimitato di Hadid, aperto sulla città, poche opere che si possono così percepire e analizzare nella loro pregnante diversità: progetti di vestiario, progetti di stanze, mobili policromi, un magnifico tappeto, pannelli con pitture astratte, gli arazzi che sono stati esposti a Parigi nel 1925. Per dimostrare l’importanza del lascito di Balla, la mostra ha inglobato, accostandoli alle opere del maestro futurista con effetto non del tutto convincente, performances di artisti recenti che per vie traverse ne ripercorrono itinerari e tematiche: Alex Cecchetti (Come la luna si vede a volte in pieno giorno, 2021), Jim Lambie (Surround Sound, 2021), Emiliano Maggi (Notturni, 2021), Leonardo Sonnoli (Lettere a Balla, 2021).

Non ho ancora visitato la Casa di Via Oslavia ma, percorrendo la Mostra del MAXXI, vengono in mente due questioni. La prima è la formidabile capacità grafico-figurativa, fin qui poco indagata, di Balla, che nei suoi magnifici pannelli con pappagalli, scimmie, uccelli, dimostra di aver osservato da vicino il lavoro di Duilio Cambellotti, realizzando una mirabile sintesi tra la dinamica del movimento e dei valori cromatici degli animali e i suoi precedenti esperimenti astratti, dalle Compenetrazioni iridescenti alle Linee forza del mare delle quali ho già avuto occasione di scrivere nella PresS/Tletter. Certo, il sodalizio con Fortunato Depero, col quale scriverà il manifesto della Ricostruzione futurista dell’universo (1915), spiega bene la nuova incursione nell’analisi scientifica e percettiva delle intersezioni geometriche appartenenti a entrambi gli artisti, capaci di inventare con questo procedimento un mondo fantastico, del resto ben indagato da Daniela Fondi.

Qui, però, emerge una seconda questione, vale a dire il rapporto tra il futurismo e l’Art Déco. Fabio Benzi ha spiegato in un suo recente scritto pubblicato da Bottegantica (2018) che lo stesso Marinetti aveva favorito la partecipazione di Balla al padiglione italiano della Exposition Internationale des Arts Décoratifs et Industriels Modernes di Parigi, suscitando l’entusiasmo dell’artista in un momento di grande difficoltà, e descrivendo altresì la sua soddisfazione per la riuscita dei pannelli esposti. Qui dovremmo ragionare sul fatto che l’Art Déco, in realtà, costituisce certamente un punto di confronto e di grande diffusione delle ricerche artistiche dell’avanguardia del primo Novecento, ma è anche una curvatura di progressiva attenuazione di quei risultati, che rifluiscono appunto nell’applicazione decorativa di procedimenti escogitati con ben più eversive intenzioni. Vedi gli oggetti di abbigliamento ideati da Balla tra il 1925 e il 1930. Era Balla consapevole di questa mutazione? Egli stesso, in realtà, aveva intrapreso tra i primi questa strada che inserisce nuove parole, come sberleffo, ironia, ma anche gradevolezza, persino garbo, in un repertorio iniziato con ben altre finalità. Certamente, un confronto tra Lampada ad arco (1909-1911) e Genio Futurista (1925) esposto alla esposizione parigina può essere interpretato come una ricerca coerente tra luce, cunei triangolari e intersezioni geometriche. Il primo, però, apre una strada irta di difficoltà, il secondo la chiude con sorridente compiacenza.

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