UN CAPOLAVORO DEL RAZIONALISMO DIMENTICATO: LA “VILLA NELLA FABBRICA” A NOVARA DI GIANNI PATRINI – di Carlo Ragaglini

Gianni Patrini nacque nel 1921 a Cremona e si laureò in architettura a Milano nel 1946, morì a soli 40 anni di una malattia incurabile nel 1961 a Turate.

Nonostante la sua precoce morte, egli riuscì a realizzare forse uno degli esempi più maturi di architettura razionalista, ovvero la “villa nella fabbrica”, realizzata alla periferia di Novara nel 1946, subito dopo essersi laureato.
I documenti su di lui ad oggi sono pochi, la villa venne recensita soltanto in un libro del 1955 scritto da Carlo Pagani, “Architettura moderna in Italia” edito da Hoepli. Vi è da chiedersi cosa sarebbe accaduto se egli avesse potuto vivere più a lungo e continuare nella sua professione. Questa è una delle domande che mi pongo guardando le immagini in bianco e nero dell’edificio oggetto di questo articolo.
Patrini fu un architetto che lasciò un esempio puro di adesione al razionalismo in questa villa che risalta nella sua semplicità, ma anche nel profondo rigore del suo progetto. Lui stesso ne descrive la sintesi estetica in alcuni appunti rinvenuti presso delle carte che dovevano essere distrutte. Sono parole chiarificatrici della sua volontà progettuale: “La zona particolarmente grigia in cui sorge la villa, ha contribuito alla ricerca di una composizione architettonica libera da qualsiasi influenza ambientale. Ci si è voluto svincolare dallo squallido aspetto degli edifici circostanti, astraendosi in una composizione geometria pura intransigente: ne è nato un documento di composizione rigida e semplice, rispondente ad una logica che denuncia con estrema evidenza sull’esterno, i valori spaziali interni. La composizione schematica e lineare, segue espressioni già accettate e sufficientemente sperimentate”.
La villa venne commissionata ed ideata come residenza per il direttore industriale dell’opificio adiacente, l’allora “Setificio Cascami 1886”, un tempo funzionante, in posizione prospiciente la zona industriale del centro storico: Essa si trova in un territorio contornato da stabilimenti di filatura, un ambiente “irto di capannoni e ciminiere”. Proprio Questa profonda dicotomia tra sito e funzione abitativa sarà per Patrini il Genius loci che muoverà tutto il progetto.
L’amore per il razionalismo era presente in lui sin dai tempi universitari, alcuni anni dopo egli sarà l’autore della prima monografia sull’architetto Le Corbusier scritta in italiano e pubblicata da Electa nel 1951. Il carteggio tra i due architetti per la redazione dell’opera è fitto, tanto che questa monografia sembra più da addebitare nei crediti allo stesso Le Corbusier, che all’architetto milanese, visto che egli ne cura persino le singole immagini e l’impaginazione finale (vedi articolo di Gabriele Corsani).
Come detto, la caratteristica principale e peculiare della residenza era di essere realizzata non all’interno di una zona residenziale, ma dentro un recinto industriale, anche se Patrini realizzerà un piccolo giardino al suo intorno e doterà la casa di un basamento realizzato con le pietre locali del fiume che scorre accanto, quasi a voler dare comunque all’oggetto un suo legame con il territorio.
Dal punto di vista tecnico “la struttura di cemento armato a sistema modulare di un metro, contribuisce, con un risultato di estrema semplicità costruttiva, alla linearità e alla chiarezza della composizione della pianta e delle fronti. Concepita a blocco, offre il massimo sfruttamento del terreno, evitando le dispersioni dei materiali e del riscaldamento, tipici della costruzione a pianta liberamente mossa. I materiali sono in buona parte del luogo. La facciata ad intonaco Terranova è di colore bianco. Grandi aperture anno i locali a partire da 2 m di altezza e per tutta la lunghezza delle pareti esterne. All’interno, al di sopra di ogni porta, vi è un’apertura che arriva fino al soffitto; ciò permette una circolazione d’aria incrociata nella parte superiore dei locali, senza che vi siano ristagni d’aria ho disturbi alle persone. La particolare disposizione dei serramenti esterni permette di illuminare pienamente soffitto, con il vantaggio di una confusamente distribuzione della luce dall’alto. I serramenti di ferro, verniciato di verde, presentano la caratteristica di non avere chiusure di sicurezza; ciò è giustificato dalla particolare disposizione della casa, ubicata in una zona industriale costantemente controllata. Da notare sono le travi in spessore di solaio, le quali evitano complicazioni di attraversamenti orizzontali quasi sempre antiestetici ed ingombranti.”
In questo contesto Patrini realizza uno dei monumenti del razionalismo più aderenti alla filosofia stessa del movimento, la machine à habiter diventa essa stessa parte di un processo industriale, macchina (di abitazione) tra le macchine (industriali) ovvero i telai per la tessitura. Il luogo sarà anche uno dei motivi che guideranno la progettazione dell’edificio. In questo caso, infatti, la finestra, sviluppata sulla lunghezza del prospetto, come dettato dai 5 punti dell’architettura, diventa una finestra a nastro sì, ma alta due metri rispetto al suolo. Tale scelta, se da un lato rende inservibile il vano per potersi affacciare, esso svolge perfettamente il suo scopo di inquadrare l’unico panorama ritenuto valido dal progettista in quel contesto grigio fatto di volumi industriali, ovvero il cielo. La finestra, a raso del soffitto, ne illumina la superficie radente, creando una smaterializzazione dell’involucro architettonico, come mostrano le fotografie dell’epoca.
La villa era organizzata in un parallelepipedo regolare, intervallato soltanto dalla geometrica apertura delle finestre a nastro e, in corrispondenza della sala a piano terreno, da una grande vetrata in grado di inquadrare il giardino antistante. L’edificio aveva a disposizione altri tre livelli: un primo piano con camere da letto e studio, un seminterrato per cantine e un grande solarium con una copertura in pilastri e travi, a formare un’intelaiatura portante di cemento armato, ancora oggi conservata.
Una particolare plasticità assumeva la scala di collegamento, lasciata in vista con le rampe in evidenza a formare due scultoree parti che si abbracciano, come a volerne dimostrare la fatica ascensionale.
L’atrio aveva una parte destinata all’alloggiamento di essenze verdi, una piccola parte in doppia altezza limitrofa alla scala di collegamento ai piani, una grande cucina per i pranzi. Il colore bianco era intervallato dal verde scuro degli infissi, i sistemi di oscuramento delle tende verde scuro. Le rifiniture interne, oggi perdute, erano composte di pavimenti in marmiglia nella zona giorno del salone, ed un parquet chiaro a listelli disposto a spina.
La casa, come detto, doveva essere una dipendenza del Setificio Cascami, ma venne presto adibita a semplice palazzina uffici. Fallita la società tessile, l’edificio andò in abbandono come il resto dei fabbricati industriali che lo contornavano e rimase così fino alla fine degli anni ‘70, quando venne acquistata da un privato che ancora oggi ne detiene la proprietà, mentre i capannoni limitrofi sono attualmente sotto l’interesse della Sovrintendenza per i beni architettonici.
La Villa, dopo l’acquisto, fu oggetto di un restauro che, seppur lasciata integra nelle sue originarie volumetrie, non ne ha conservato lo spirito erede le movimento moderno, eliminando gran parte delle superfici vetrate che componevano i prospetti ed il rivestimento in intonaco bianco, sostituito da un intonaco in cemento grigio con inseriti disegni geometrici sulle facciate.
Le fonti bibliografiche fatte degli appunti sull’opera e di rare fotografie, sono state rinvenute fortunosamente da Lucia Patrini, nipote di Romano, fratello dell’architetto e geometra dell’allora “Studio di Architettura Patrini” di Milano. Gianni Patrini fu molto unito lavorativamente al fratello ed insieme, successivamente, realizzeranno altri edifici interessanti appartenenti alla corrente del razionalismo come il palazzo di appartamenti in via Cernaia 9 a Milano ed alcune ville nel Lombardo Veneto.
Romano Patrini, dopo la morte del fratello sarà il custode silenzioso di questo vasto ed ancora inesplorato archivio che, per successione, passò nel 2002 al figlio Paolo Patrini e alle attenzioni della nipote Lucia con la quale è nata questa fortuita collaborazione.

 

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