Paolo Macry, Napoli Nostalgia di domani – recensione di Mario Pisani

I prossimi scenari politici, con le elezioni in numerose città e in Calabria, rendono l’agile volumetto messo a punto da Paolo Macry, storico dell’età contemporanea,  particolarmente utile per comprendere il nostro tempo e gli scenari prossimi venturi. Per ciò che da sempre ha rappresentato e continua a rappresentare Napoli,  non solo per gli studiosi delle città, ma per chi è interessato al sud d’Italia, essendo il più importante punto di riferimento. Vale quindi la pena tornare a ripercorrerne la storia. “Un’idea di storia che continuamente torna a ricordare ai vivi il loro debito con i morti, che sottolinea similitudini di lungo periodo e le scorge anche dove non ci sono, che aspetta al varco avvenimenti e protagonisti quasi fosse una commedia dell’arte”. Per dirlo con l’autore.
Com’è noto fin dalle origini la città è stata edificata, come altri luoghi, ad esempio Malta, utilizzando il materiale che si estraeva dal terreno su cui poi sorgevano gli edifici. Quel tufo giallo che al tramonto rende dorato sia Castel dell’Ovo che Castel Sant’Elmo e, prima ancora, l’incantevole antro della Sibilla. Ancora oggi gli scavi millenari di Napoli sotterranea: otto milioni di metri cubi di vuoto, un labirinto tuttora inesplorato, possono rappresentare una risorsa importante, da utilizzare nei modi più diversi. Come attesta il progetto messo a punto da Sandro Raffone per l’ingresso alle catacombe di san Gennaro. Se poi si ha la fortuna di sorvolare la città, si distingue nettamente la casba del centro greco romano dove si stagliano le mole fuori scala delle chiese e dei complessi conventuali.
Negli anni di Federico II Napoli fonda la sua università statale, l’unica nel meridione fino al 1800, che mette in discussione il monopolio religioso dei saperi. Nel periodo angioino la città era colta e vivace, frequentata da Petrarca e Boccaccio. Con Don Pedro de Toledo, tra il 500 e il 600, diviene una metropoli europea, grazie anche alla realizzazione di palazzo Reale e di Castel Nuovo, oltre alle attrezzature del porto, mentre l’ex reggia di Castel Capuano si trasforma nella sede della magistratura. All’alba del seicento gli abitanti aumentano di 100 mila unità, passando da 200 a 300 mila. Si manifesta lo stesso fenomeno dei liberi comuni già presente in altre regioni.  I contadini, stanchi di essere vessati dai feudatari, emigrano in città dove pagavano  solo i tributi comunali. Si rendono quindi necessari nuovi alloggi dove poter vivere a basso costo. Il risultato è un’edilizia di cattiva qualità che, come nel secondo dopoguerra, riempie ogni spazio vuoto colmando aree verdi, addossando le case una all’altra senza nessuna considerazione per i valori estetici e tanto meno per quelli sanitari che hanno finito per provocare le pestilenze.
Nel settecento si realizzano importanti costruzioni come la reggia di Portici e, per la corte, le magnifiche ville del Miglio D’Oro, molte delle quali purtroppo oggi in abbandono o distrutte, oltre alla reggia di Caserta, un esempio per l’Europa. La città mostra il gigantismo borbonico con la edificazione dei Granili, deposito del grano e di vettovagliamento, lungo 560 metri e alto 30. L’Albergo dei Poveri, progettato come il Cimitero delle 366 fosse da Ferdinando Fuga. In quegli anni dilaga il fenomeno legato al gioco del lotto che, quando gli abitanti raggiungevano  le 350.000 unità, attesta il superamento di un milione di biglietti emessi.
Nel 1737 Giovanni Antonio Medrano con Antonio Niccolini progetta e realizza il Teatro San Carlo destinato a divenire un modello per quelli che verranno in seguito. Stendhal nel 1817 scrive a proposito “Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita … Non c’è nulla non dico che si avvicini a questo teatro, in tutta Europa, ma ne dia la più pallida idea”. Degne di interesse opere che vanno dal real passeggio sull’arenile di Chiaia al Foro Carolino, oggi piazza Dante; dal Palazzo degli Studi al Museo archeologico; dall’Accademia di Belle Arti alla Galleria Principe di Napoli; dal Teatro Bellini alla litoranea di via Caracciolo.
Un tragico episodio su cui vale la pena tornare a ragionare, per evidenziare lo iato allora presente, una situazione che a volte riappare, tra intelligenza e popolo, è l’esperienza soffocata nel sangue e nella barbarie di Napoli Illuminista. I Giacobini hanno rappresentato una volontà di diritti e libertà. Il contraltare ad un paese socialmente arretrato, clericale, culturalmente retrivo che per punizione venne abbandonato alla furia e alla violenza dei Lazzari. “Ma se il Novantanove ha lasciato traccia così forte nella cultura napoletana non è soltanto per i loro intrighi sanguinari, il ruolo ora torbido ora brutale del re, per le inconfessabili complicità tra la regina, Acton, Lady Hamilton e Nelson. Quell’intreccio shakespeariano di fellonia pubblica e vizi privati fu il coronamento di una parabola politica che stroncava le promesse settecentesche della dinastia”, annota giustamente l’autore.
Nell’Ottocento, con l’unità d’Italia, tende ad approfondirsi la separazione tra le due città esistenti. La prima è formata da un piccolo centro urbano per l’élite.  Rappresenta la perla dell’ostrica mentre l’altra, è la sconfinata città del popolo miserabile che, come calcolava Nitti, nel 1902 rappresentava lo scoglio. È formata da 150.000 abitanti in condizioni di estrema indigenza sul mezzo milione di residenti. Qui regnava il sistema della raccomandazione e la camorra. Questa, negli anni Settanta del Novecento, sviluppa un sistema criminale d’affari di oltre 150 miliardi.
L’unità d’Italia dimostra che a Napoli è mancato sia il ceto politico che la classe dirigente capace di gestire la transizione, di prefigurare la strada del decentramento, di indicare programmi, di difendere gli interessi cittadini. Il risultato? Una doppia delusione. I piemontesi, per la passività dei napoletani e questi ultimi per il sentimento di recriminazione verso i governi liberali e lo Stato italiano. In questo scenario vengono realizzati rari interventi industriali, che si aggiungono a quelli messi a punto dal Borbone. Occorre aspettare i primi anni del Novecento per l’Ilva di Bagnoli e in seguito con l’Alfa Romeo. Nel 1955 nasce l’Olivetti a Pozzuoli con Luigi Cosenza, un episodio di raro interesse. Negli anni del fascismo, oltre al diradamento nel centro storico con architetture di sicuro interesse, spicca la Mostra d’Oltremare, realizzata nel 1940.  Evidenzia Napoli come ponte tra l’Italia e l’Africa. L’Arena Flegrea è in grado di contenere 12000 spettatori. Realizzata da Carlo Cocchia, Luigi Piccinato e Marcello Canino. Da notare anche il misterioso Cubo d’Oro, ispirato all’architettura di Axum, sul viale delle Palme.
Con la seconda guerra mondiale la città subisce i bombardamenti aerei, pensati per fiaccare la resistenza della popolazione. Viene danneggiato Palazzo Reale, il Duomo, le basiliche di San Domenico e Santa Chiara, l’ospedale dei Pellegrini. Dopo l’8 settembre intervengono anche i tedeschi che distruggono l’apparato industriale: dall’Ilva all’Ansaldo, dalle Cotoniere Meridionali all’Alfa Romeo. Oltre all’Archivio Storico dell’Università attaccarono l’acquedotto, la rete fognante, le centrali elettriche, il gasometro, i telefoni.
Le quattro giornate rappresentarono un movimento non organizzato e non politico. La risposta spontanea e temeraria alla brutale occupazione nazista e al decreto del 23 settembre sul lavoro obbligatorio che rendeva per i maschi adulti il pericolo di essere deportati.
Gli anni Cinquanta sono quelli dal governo di Achille Lauro e delle mani sulla città, il film di Francesco Rosi che nel 1963 documenta il clima i cui vengono realizzati 20 milioni di nuovi metri cubi. Nel 1971 la commissione ministeriale istituita per comprendere il fenomeno conclude i lavori sostenendo che “dove la quasi totalità delle costruzioni è illegittima, non è pensabile di demolire la città”.
Abdon Alinovi, dirigente del PCI, riconosce però che Lauro aveva offerto alla borghesia locale “la prospettiva di una espansione capitalistica affaristica limitata ma concreta”. Il terremoto dell’Ottanta cambia la fisionomia della città trasformandola in quella che è oggi: in gran parte una metropoli spontanea, una città di periferie.
Nel 1993 Bassolino sindaco, stabilisce invece un rapporto forte, diretto e personale con la popolazione e la nascita del mito del Rinascimento dove il vuoto urbano viene letto come una risorsa, con la pedonalizzazione di Via Toledo, i restauri della Galleria Umberto I, la villa Comunale, le quattordici fontane monumentali del centro storico. Appaiono all’orizzonte e vengono valorizzati personaggi come Roberto De Simone, La Nuova Compagnia del Canto Popolare, Mario Martone, Toni Servillo, Beppe Barra, Edoardo Bennato, Lucio Amelio, Antonio Capuano. Nel 2005 viene inaugurato il Madre e messo a punto il Museo delle Stazioni della Metropolitana pensate da Achille Bonito Oliva per avvicinare élite e popolo.  Un atto simbolico di sicuro valore etico è quello di Marotta che il 25 aprile 1995 decide la solenne riapertura del portone principale di palazzo Serra di Cassano, quello che i duchi avevano sprangato nel 1799, in segno di protesta contro i Borbone, senza dimenticare che il 1944, il 1860, il 1799 ci parlano della Napoli d’oggi e Roberto Saviano con il suo Gomorra ci rammenta che i clan hanno messo a punto uno dei traffici intercontinentali più floridi che la storia criminale ricordi. L’ultimo sindaco lascia poche tracce. Oggi si avverte la necessità di un programma che tenga conto degli esempi migliori della storia di questa città.

In copertina: Paolo Macry, Napoli Nostalgia di domani, il Mulino, Bologna 2018, p. 220 con alcune immagini in b. e n. e a colori, € 15,00.

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