07_Architettura iperbolica_parte terza – di Angelo Massimo Gulino

Il Novecento sarà ricordato come il secolo durante il quale l’essere umano piegò la Natura al suo volere proiettandosi al di là dell’orbita terrestre, al ritmo elettrico di meraviglie metalliche.
ELOGIO DEL FRAMMENTO. L’altra sera cercavo musica che mi accompagnasse durante la scrittura, così mi venne in mente il Plastic…un pezzo di storia del nightclubbing milanese. Poco dopo mi ritrovai a guardare il film-documentario “Killer Plastic-o. Tu ti faresti entrare?” del 2011, una preziosa raccolta di testimonianze e interviste; a colpirmi in particolare sarà quella di Carlo Antonelli che dice:” Il Plastic è un posto post-moderno, luogo in cui non c’è più il futuro ma il futuro viene ridisegnato a partire da frammenti del passato”. Finalmente una definizione super chiara di che cos’è il postmodernismo che entra subito in risonanza con un’altra affermazione che Aldo Rossi, architetto, deposita nella sua “Autobiografia scientifica del 1990: Questa architettura ritrovata fa parte della nostra storia civile; ogni invenzione gratuita è allontanata, forma e funzione sono ormai identificate nell’oggetto che, sia parte della campagna o della città, è una relazione di cose; non esiste una purezza del disegno che non sia la ricomposizione di tutto questo…” Affiora l’immagine di Piazza d’Italia progettata da Charles Moore. Col passare del tempo il frammento perde il suo valore iconico/simbolico e il mestiere dell’architetto si mescola confondendosi con quello dello scultore. L’architettura si libera da regole, tradizioni, vincoli storici, orientamenti urbani, condizionamenti culturali e lontano dal continente europeo assiste alla nascita di un nuovo e stravolgete linguaggio spaziale. E’ lì che si colloca la figura dell’architetto FRANK GEHRY; nato a Toronto nel 1929, si trasferisce presto a Los Angeles dove si laurea in architettura nel 1954. Si narra che sin da studente egli preferisse frequentare il mondo degli artisti, piuttosto che i compagni di studi. In particolare, Gehry ha dichiarato la propria affinità di metodo con alcuni artisti, tra cui Carl Andre, Donald Judd e Richard Serra. Il filo rosso che accomuna questi tre artisti è l’uso del prodotto industriale, lastre di acciaio e rame, grandi superfici in ferro e acciaio corten presi dalla fabbrica, assemblati e proiettati all’interno di spazi espositivi per diventare evento artistico. La potenza di questi artisti è stata quella di liberare il metallo dalla produzione industriale lasciandone emergerne la bellezza assoluta del materiale che acquista autonomia in relazione all’uomo e allo spazio urbano. Frank Gehry lavora con le mani, manipola la materia come uno scultore, inseguendo un flusso incrociato tra disegni e modelli tridimensionali. Percepisce il movimento sismico della terra, caratteristico delle città come Los Angeles dove ha sede il suo studio, incanalandone l’energia caotica nei suoi progetti. Il CAOS è la nuova democrazia. L’architetto si domanda come si fa ad umanizzare un edificio senza usare la decorazione? I materiali possono essere espressivi. I materiali valgono quanto forma e progettazione. Quello che prevale è il modo in cui i materiali riflettono la luce, e tutto prende vita.

Figura 1. Museo Guggenheim di Bilbao, 1997 (particolare)

E’ a questo punto che la sintesi tra vecchio e nuovo continente, tra il frammento della singola lastra metallica e la forma del territorio si fondono generando il Museo Guggenheim di Bilbao.  I Paesi Baschi non avevano visto prima architetture moderne né contemporanee ma solo una grandiosa industria metalmeccanica (siderurgia, metallurgia del rame, cantieristica, montaggio di automobili) insieme alle meravigliose opere di Jorge Oteiza e dello scultore Eduardo Chillida. Qui si innesta e sorge nel 1997 l’architettura di Frank Gehry che pretese il titanio per rivestire le superfici del museo, perché somiglia al cielo di Bilbao. Lastre di zinco e titanio che dovevano ricordare le squame dei pesci.

Figura 2. Museo Guggenheim di Bilbao, 1997 di Frank Gehry

E’ vero sapete, le cattedrali, sorprendenti, lo saranno sempre. Gli edifici di Frank Gehry continueranno sempre ad essere sorprendenti in futuro. Se guardiamo bene questo edificio ci renderemo conto di un fatto stupefacente: il tetto tradizionale non esiste più, la copertura è una superficie tendenzialmente orizzontale che prosegue sino al bordo raccordandosi esattamente con la parete/muro verticale.
Lo stesso muro esterno perde i suoi caratteri tradizionali inseguendo linee sbilenche in un movimento continuo che avvolge miracolosamente tutto l’involucro dell’edificio. Non si vedono né gronde né pluviali per la raccolta delle acque piovane; forse la pioggia scivola semplicemente nello specchio d’acqua che circonda questo museo. I frammenti metallici avvolgono tutto, rendendo l’opera architettonica un unico multiforme gioco di luce riflessa.

Figura 3. Museo Ebraico, Berlino – 2001 di Daniel Libeskind

Sintesi dei quattro punti dell’architettura iperbolica è l’opera multiforme dell’architetto Daniel Libeskind al quale ho dedicato un intero articolo che troverete all’interno della rubrica Amnesia.
La stessa Zaha Hadid, architetto nata in Iraq e formatasi nella scuola londinese, è molto legata all’idea del frammento dichiarando nel 2007: “Sono sempre stata interessata al concetto di frammentazione e all’idea di astrazione ed esplosione, de-costruendo le idee della ripetitività e della produzione di massa”.
Andiamo così ad introdurre la prima donna che ha immaginato e guidato l’architettura verso un presente continuamente proiettato verso il futuro costruendolo, opera dopo opera. Zaha Hadid ha lasciato questa Terra nel 2016 ma noi continuiamo a parlare di lei.

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