Turistificazione. Un flusso da domare – di Fabio Mura

Abstract
Il presente testo si propone di gettare uno sguardo sul fenomeno della turistificazione attraverso una letteratura eterogenea, il cui contenuto è da me trasposto, interpretato, parafrasato e infine implementato. L’intento è quello di far emergere le dinamiche di un fenomeno il quale nome, condividendo il suffisso con “gentrificazione”, lascia subito presagire la presenza di importanti problematiche.

Introduzione
Le dinamiche che regolano il turismo hanno subito nel tempo una costante evoluzione. Tuttavia, è solo negli anni più recenti che alcuni fattori inediti hanno fatto la loro comparsa, stravolgendo l’essenza di questa attività. Quando, nel 1997, Marc Augé scrive Disneyland e altri Nonluoghi è perfettamente conscio di un’avvenuta frattura rispetto al tema del viaggio e della vacanza. Se un tempo le ferie significavano “campagna”, anch’essa è stata colpita, incrinando la sua consolidata aura bucolica. Inoltre, all’epoca in cui scrive, non tutti possono permettersi di partire, e molti devono accontentarsi delle destinazioni surrogato dei parchi a tema o semplicemente di viaggiare meno e più vicino, dando però un’importanza maggiore all’esperienza, a livello di storia personale. Chi invece ha i mezzi per farlo, raggiunge mete lontane, il più delle volte in gruppo e sui binari di un’agenzia viaggi che assicurerà un pacchetto standard per un turista senza grandi pretese, a cui piace la tv in camera, la piscina sulla spiaggia, un rapido safari e magari comperare qualche ninnolo da un autoctono. D’altronde che aspettarsi? Il viaggio romantico forse? Quella fortunata parentesi di scoperta che foraggia il nostro pensiero nostalgico è burberamente dissolta dalla consapevolezza di un mondo stereotipato e globalizzato. Eppure, abbiamo la pulsione irrefrenabile di viaggiare. Sta bene, afferma Augé, solo è necessario non fare del turismo, il quale è motore della reificazione del mondo, della sua trasformazione in finzione. Il turismo, sentenzia, non esplora la diversità, è mera illusione (Augé, 1999). Il sociologo annusa il marcio e ammonisce, ma non è eccessivamente duro, il turista appare ingenuo, e chi specula bonario, per cui i prodotti dell’artigianato industrializzato che vendono la facies, in questo caso del Mont Saint-Michel, sono un omaggio alla bellezza del luogo. In tali pagine, si consuma una pantomima alquanto stramba, fatta di pellegrini, turisti, souvenir, boutique di bassa leva e improbabili gruppi folcloristici, la quale sembra lasciare interdetto lo stesso autore, che però assume l’atteggiamento di gioviale accondiscendenza che potrebbe avere un vecchio, conscio dei tempi che cambiano, di fronte alla musica trap. Augé, viene subito da pensare, alleva una serpe in seno. L’avvento dei voli low cost e dell’internet sconquassa alle fondamenta tutto il sistema del turismo, che si apre a orizzonti non ancora sperimentati i quali porteranno all’estremo alcuni atteggiamenti, con un pesante impatto sia sui luoghi specifici che sull’assetto sociale di intere nazioni. Pertanto, in questa sede si intende interrogare diversi autori, tra romanzieri, filosofi, architetti e storici dell’arte per quantomeno tentare di capire quali siano le dinamiche e quale l’impatto sulla città di questo recentissimo fenomeno, ormai divenuto un ingranaggio stabile all’interno del meccanismo economico mondiale, ma che lascia ancora aperta una lunga serie di questioni.

Da parte delle istituzioni non c’è nulla di oscuro nella natura di questi cambiamenti. Leggendo l’Executive Summary del Piano Strategico del Turismo 2017-2022, lanciato dall’allora Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, viene appurato con compiacimento come il turismo mondiale si arrivato nel 2015 a generare un volume d’affari pari a 6500 miliardi (il 10% del PIL mondiale), che l’Europa abbia la quota di arrivi maggiore, che c’è un significativo aumento dei turisti extraeuropei (USA e Cina) e, con una punta di orgoglio patrio, che l’Italia si trovi in una posizione di eccellenza, ma che si debba sempre continuare a migliorare la sua competitività (MIBACT, 2017). Per fare ciò, il Piano tratteggia l’identikit della sua preda, il turista moderno: come sceglie la sua destinazione? Dove dorme? Si muove in branco o in piccoli gruppi? Di cosa si nutre? Come si difende in caso di attacco? Tutte domande a cui il testo dà una risposta, osservando come i motori di ricerca siano la principale fonte per organizzare una vacanza, che le recensioni sul web siano una temibile arma in quanto influenzano pesantemente le scelte degli altri viaggiatori, che la meta debba essere fotogenica perché un non banale fine del viaggio è quello di certificare l’avvenuto godimento dei sensi, ma soprattutto che questi nuovi auto-organizzatori siano alla ricerca di un’esperienza nientemeno che autentica. In questo contesto si notifica un’esplosione della sharing economy, che misura un tasso di crescita annuo del 50% nei vari settori, con il maggior fatturato generato dalle imprese del turismo (ibid. p. 11) le quali, aggiungerei, possiedono l’abilità di spacciare istanti di domestica appartenenza a prezzi stracciati.

La penna di Ilja Leonard Pfeijffer nel romanzo Grand Hotel Europa, pubblicato nel 2017, si addentra nelle questioni più spinose, descrivendo il comportamento del turista (cosa lo plasma, cosa genera i suoi comportamenti spesso irrispettosi) per giungere, attraverso degli espedienti, a questioni per noi maggiormente congrue. Senza troppo nasconderlo, Pfeijffer a tratti mette in scena quasi dei piccoli saggi sul turismo e i relativi problemi, recitati dai suoi personaggi che in queste occasioni assumono un contegno serio e straniante, per poi tornare all’atmosfera distesa e ironica che invece permea il racconto. Ritengo dunque utile riportare, facendone un sunto, due di queste situazioni, in cui emergono diversi punti interessanti. Nella prima il protagonista, lo scrittore stesso, è ricevuto da un funzionario importante della municipalità di Amsterdam, città che in un miscuglio di cultura e piaceri proibiti ha finito col diventare una delle mete turistiche per eccellenza. Nel 2009, spiega il politico, a seguito di proteste guidate dai liberali, il comune decide di classificare le gelaterie come negozi al dettaglio, per cui non sono più tenute a pagare la licenza di ristorazione, estremamente gravosa. Da quel momento i negozi sono autorizzati a vendere generi alimentari, a condizione che non siano loro a produrli. Il risultato, in breve, è che il centro è stato invaso da negozietti patinati di cibi sottovuoto e soprattutto da colesterolici rivenditori di Nutella, servita in tutte le salse. Non ci sono alternative a questo tipo di attività per via degli affitti, che sarebbero troppo alti da sostenere; per dipiù l’amministrazione pubblica non ha potere di influenzare tali prezzi se l’immobile appartiene a un privato (Pfeijffer, 2020). Da qui si arriva al problema dell’affitto delle stanze e alla questione Airbnb, che oltra a produrre disagi ai residenti per via della condotta poco nobile che caratterizza il turista, genera un’incredibile aumento dei prezzi immobiliari, al punto che un appartamento in centro per chi volesse semplicemente viverci diventa impensabile. Emerge così la questione non scontata degli alberghi, i quali sono rigidamente controllati e devono rispettare standard antincendio, di igiene e molti altri ancora, atti a proteggere il consumatore e i residenti. Gli Airbnb, sottraendosi a queste regole, possono praticare tariffe inferiori, secondo una vera e propria concorrenza sleale (ibid). Il tutto è consentito da un’economia che si muove al grido di una flessibilità che sottende deregolamentazione, in cui lo stato recita una parte sempre più marginale. Si vuole sottolineare come la sharing economy, con la sua retorica della scala locale sia pura finzione: «I soldi non vanno nelle tasche degli onesti cittadini che hanno una stanza per gli ospiti. Si stima che circa due terzi degli alloggi offerti in affitto tramite Airbnb appartengono a multiproprietari. I soldi finiscono nelle tasche dei grossi truffatori immobiliari e dello stesso Airbnb»[1] (ibid. p. 260). La soluzione sarebbe quella di arginare la locazione privata tramite questa piattaforma, ma è assodato che l’azienda si mostri decisamente poco disposta a collaborare. Ci si chiede inoltre: quali sono, di fatto, i benefici del turismo all’economia locale? Il comune di Amsterdam guadagna 64 milioni di euro l’anno per il turismo, mentre i costi a esso legati sono 71 milioni di euro, ma a ciò vanno sommati i costi indiretti dovuti alla perdita di attrattiva della città come luogo di residenza o alle imprese che la lasciano, o la evitano, perché i loro dipendenti non possono permettersi di abitarci. Il settore privato ricava invece dei guadagni, ma gran parte di quel denaro è incassato da pochi grandi imprenditori: si genera una situazione paradossale per cui viene distribuito denaro pubblico per permettere a un paio di grossi attori di arricchirsi. Inoltre, la maggior parte delle imprese che beneficiano del turismo sono in mani straniere. In conclusione, si afferma, l’idea che Amsterdam tragga vantaggio dal turismo altro non è che una favola (ibid.).

Il secondo esempio si riferisce a luoghi altrettanto rinomati, ma per i quali esistono alcune sostanziali differenze. Si è a Monterosso, nelle Cinque Terre. Un tassista che accompagna il nostro autore e la sua compagna in Hotel si cala la maschera da statista e snocciola punto per punto quale sia stato l’impatto del turismo sulla sua terra che, a suo dire, si è trasformata fino a diventare irriconoscibile. Alle problematiche sopra esposte si aggiunge la constatazione che il turismo crei sì posti di lavoro, ma che questo sia il lavoro stagionale, mal retribuito e non qualificato della ristorazione. I turisti inoltre sono troppo numerosi per un luogo naturale come quello e si riferisce quanto accaduto nelle isole idilliache e tropicali come Boracay, nelle filippine, o Cozumel, in Messico, costrette a chiudere perché il loro ecosistema stava giungendo al collasso a causa del troppo turismo, delle navi da crociera, degli scarichi delle case e quant’altro. La stessa sorte è toccata a Maya Bay, in Thailandia, letteralmente invasa a seguito dell’uscita del film The Beach con Leonardo di Caprio che ne ritraeva una verginità irresistibile. Lo stesso equilibrio sta venendo compromesso nelle Cinque Terre, che hanno in aggiunta perduto la loro anima (possiamo solo immaginare, per inciso, che al nostro povero tassista sia venuto un colpo apprendendo che la Walt Disney Company abbia deciso di ambientare il suo ultimo film, Luca, proprio nelle Cinque Terre e con una massiccia dose di tinte opportunamente ipersature). La conclusione del capitolo fa però riflettere: quell’anima, data dai pescatori che abitavano quelle coloratissime case abbarbicate sul promontorio (e che tanto ha affascinato la Disney) era comunque destinata a morire, in quanto i pescatori non potevano tenere il passo con le navi da pesca moderne e non potevano modernizzarsi per via della ridotta dimensione del porticciolo, per il quale, a causa della morfologia del luogo, anche un ampliamento sarebbe stato precluso. Il turismo, di conseguenza, ha salvato Monterosso, oppure, a seconda dei punti di vista, «ha assassinato un villaggio morto» (ibid. p. 322-327).

Il terreno nel quale la turistificazione si sviluppa e prolifera è quello della città festosa descritta dal filosofo Gilles Lipovetsky ne L’estetizzazione del mondo, uscito nel 2013. Egli prende atto di come le città non siano più un luogo di produzione, bensì di attività che dipendono dall’immateriale, dal ludico, dal culturale, da un intrattenimento consumistico che conquista lo spazio urbano, lo trasforma, lo ristruttura e lo gentrifica. Una sorta di febbre dell’estetica colpisce gli spazi, che devono riparare al belletto per sopravvivere in un mondo sempre più legato allo shopping. Pfeijffer (2020), parlando dei negozietti di “prodotti tipici” del centro di Amsterdam, li descrive come «degli account Instagram in mattoni e vetro» (p. 255) e ne ha ben donde, in quanto il negozio deve comunicare un messaggio coerente e chiaro, attraverso un lavoro di scenografizzazione e stilizzazione, lo stesso che fa sì che il cliente associ immediatamente la iuta, la rafia e il legno (che sia o meno stampato sul gres) alla genuinità di un prodotto sostenibile, o una tovaglia a scacchi bianchi e rossi all’italianità. L’estetica delle città con potenziale turistico è guidata prima di tutto dalla volontà di assecondare la domanda del turista-compratore, di attrarlo e di appagarlo, facendogli trovare ciò che si aspetta. Naturalmente da questo tipo di atteggiamento alla caricaturizzazione il passo è breve e tra le varie città si ingaggia una corsa al rialzo combattuta a colpi di stereotipi e facciatismo architettonico. Anche il ruolo della cultura si distorce, essa viene pubblicizzata e venduta in pacchetti monodose dove la vista a un museo o la “contemplazione” di un’opera si trasformano in semplici tappe da spuntare in una checklist. Ma lo schema è efficace e i musei si moltiplicano, in ogni città e in ogni paese. I recuperi riguardano edifici di sempre minore importanza storica e siti sempre più recenti, il che può a primo impatto apparire come un modo di salvare i particolarismi etnici dall’omologazione ma è evidente che dietro questo culto della memoria si nascondano obiettivi economici e di sviluppo urbano che operano trasformazioni atte a stimolare il commercio e il turismo (Lipovetsky & Serroy, 2017). Questo fa sì che il passato conservato appaia spesso come un guscio vuoto, una scenografia teatrale, svuotata dei valori originari degli edifici: «si assiste a una messa in scena della città, al city marketing: le città si impegnano in un lavoro di identità visiva esattamente come i marchi commerciali» (ibid. p. 268). Lipovetsky afferma ciò con un’evidente nota di amarezza, eppure la sua interpretazione trova riscontro concreto: nel sopraccitato Piano Strategico del Turismo, il terzo dei quattro obiettivi che esso si pone titola Domanda e mercati, sviluppare un marketing efficace e innovativo dove il fine è appunto conferire «un approccio unitario per comunicare il brand Italia e il suo complesso di valori distintivi» (MIBACT, 2017, p. 29). Repentinamente, si sviluppa così la “città-museo”, che non significa solamente una città con un gran numero di musei, ma è anche quella in cui sempre più attività sono indirizzate alla fruizione turistica di opere del passato, del patrimonio culturale e storico (Lipovetsky & Serroy, 2017). Tutto questo implica importanti trasformazioni: «si disegna un simulacro di città, in cui si cancellano gli elementi ordinari della vita urbana comune» (ibid. p. 271), ma l’aspetto più critico, a questo punto l’abbiamo capito, la vera piaga della turistificazione, è l’allontanamento delle classi popolari e medie dal cuore della città, soppiantate da una popolazione estranea, di passaggio. La sua anima è barattata per un consumo nostalgico del passato in cui, è evidente, quello che conta non è più la realtà autentica della storia, con le scorie legate alla patina del tempo, ma una specie di ricostruzione dall’aspetto più pulito, levigato, perfetto, in cui non si esita, in certi casi, a costruire falsi storici (ibid.). Lipovetsky vuole però concludere sottolineando come tutto questo (l’imbalsamazione museale e lo sfruttamento turistico) non sia altro che «la deriva nefasta di un processo di per sé positivo, per il fatto che non soltanto preserva la città, ma cerca di valorizzarla» (ibid. p.274).

Preservation is overtaking us è l’eloquente titolo del libro pubblicato nel 2014 da Rem Koolhaas e Jorge Otero-Pailos. Il testo potrebbe forse risultare ridondante ai fini di questa ricerca, ciononostante appare come un importante termometro di una trasformazione in atto anche nell’architettura di nuova progettazione, che arriva quasi a subire una rottura epistemologica: la forma architettonica cede il passo a un’estetica informe all’interno del processo di conferimento di valore culturale di un’opera. Tale estetica non si basa sulla presenza o assenza dell’architettura, ma opera attraverso numerosi altri aspetti, quali mostre e musei, centri visitatori, visite turistiche, schemi di illuminazione, siti web, quadri giuridici e tutta un’infinità di altri media che convergono nel prodotto (Koolhaas & Otero-Pailos, 2014). È questo il mare in cui lo star system naviga e che ha trasformato il Guggenheim di Gehry nel proverbiale “effetto Bilbao”, secondo un’accezione inizialmente entusiastica, ma che ben presto ha aperto gli occhi sull’asservimento della disciplina agli scopi del mercato. Una delle più autorevoli sopracciglia aggrottatesi, è proprio quella di Rem Koolhaas; egli calibra il suo orizzonte sull’architettura del dopoguerra, interessata al benessere sociale e pagata dallo stato. Di contro, la deregolamentazione dell’economia di mercato ha reso impossibile questo tipo di approccio, socialmente impegnato. Sotto tali condizioni economiche e culturali sono esercitate soffocanti pressioni sul progetto, che deve rispondere alle richieste di un’icona istantanea (ibid.). L’etichetta di “archistar” è derisoria agli occhi di Koolhaas; egli è alla ricerca di un punto di (ri)partenza, che possa tornare a conferire un senso all’architettura e lo scopre appunto nella conservazione. Ora, l’architettura pare qui intesa come produzione di nuove forme, tuttavia, spiega il titolo, la preservazione ci sta superando. «Le nuove architetture sono tali nel momento in cui vengono realizzate in via di obsolescenza», afferma pungente, per salvarle da essa e renderle culturalmente significative, è necessario inquadrarle nella conservazione (ibid. p.56). C’è però un prezzo da pagare, ovvero ridefinire il nucleo su cui dovrebbe concentrarsi la creatività architettonica. L’energia creativa affluisce ora non nella produzione di nuove forme, bensì nella costruzione, come detto all’inizio, di un’estetica amorfa, che faccia da medium tra spettatore e edificio. La conservazione contribuisce a conferire alla forma architettonica un significato culturale, ma allo stesso tempo la distanzia, in quanto tale significato è raggiungibile solo grazie ad essa (ibid.). Questo testo, che mette in luce importanti cambiamenti di senso all’interno della disciplina e della città, si muove però sulle corde di un’architettura, per così dire, di alto livello. Per questo motivo ritengo utile accostargli un altro libro dello stesso autore: Junkspace, del 2001, che si concentra sulla tendenza comune, quotidiana, della vendita di architetturaspazzatura nei circuiti di quella “città festosa” votata alla cultura e al turismo di massa. Lo spazio viene venduto sui canali di comunicazione allo stesso modo di un comune Big Mac, che appare sullo schermo gonfio e succulento, croccante e appetitoso, secondo un contrasto del tutto insensato rispetto alla sua realtà fattuale. La cosa inquietante è che questa assurda discrepanza è perfettamente accettata, e i Big Mac vanno a ruba. Allo stesso modo non è grave lo stupore quando, in una città storica, ci si trova di fronte ai controsoffitti cadenti e alle modanature in stucco dei “ristoranti tipici” o alle piastrelle effetto mattone appiccicate a macchia di leopardo su facciate tirate a nuovo.

La turistificazione, dunque, è anche questo, il che non è di secondaria importanza anzi, è il riscontro tangibile di una trasformazione in atto, svilente e parassitaria nei confronti del luogo su cui insiste. Difatti essa è una delle tematiche sulle quali Salvatore Settis fa leva nel suo Se Venezia Muore, del 2014, per descrivere lo sgretolamento non solo di un patrimonio artistico e architettonico, ma anche di un tipo di urbanità che nella sua morfologia è in grado di garantire i diritti di cittadinanza, i quali sono minati dalla stessa struttura politica che dovrebbe averne cura. Egli, assurgendo Venezia a modello, denuncia come i gravi problemi della città si trasformino in occasioni di profitto privato e di speculazione: parchi a tema vengono propinati come strumenti didattici e di democratizzazione della cultura; il MoSE, «voluto più dalle imprese […] e dai politici e funzionari pubblici […] che dai cittadini veneziani per la cui protezione  è stato progettato e costruito» (Settis, 2014, p. 107) si è consumato tra corruzione inaudita e spreco di risorse pubbliche; le istituzioni favoriscono la monocultura turistico-alberghiera e l’aumento dei prezzi degli immobili, che incentiva la costruzione di periferie dal guadagno facile per via della vicinanza al brand Venezia;  in tutto ciò enormi navi-grattacielo che violano la laguna paragonando la secolare raffinatezza della città alla loro opulenza di plastica, mentre una mole letale sfiora inestimabili architetture con arrogante sciatteria. Eppure, esse sono spacciate come “necessarie” al sostentamento economico di una Venezia votata al turismo, giustificate da un denaro che finisce nelle tasche di chi permette tutto ciò, mentre la cassa pubblica fa i conti con i danni ambientali, con lo sversamento di idrocarburi, con le polveri sottili e con le tonnellate d’acqua che sconquassano i fragili argini di una città non concepita per ospitare simili mezzi (ibid.). La propaganda risponde alle critiche con il buon vecchio, thatcheriano, “non c’è alternativa”.

«A Venezia come altrove, per salvare la città storica non basta riattivare la memoria del passato né assaporare il gusto del presente. Non basta nemmeno protestare: la mossa decisiva è riattivare la pratica della cittadinanza e il diritto alla città, elaborando un progetto che preservi l’unicità di questa (come di ogni altra) città e che abbia come regole inaggirabili non solo la cura del contesto e dell’ambiente, ma anche la priorità del valore d’uso della città sul valore di scambio, la funzione sociale della proprietà, il diritto dei cittadini al lavoro creativo, il diritto dei più giovani alla casa e al futuro» (ibid. p. 110).

È con queste parole di Settis che vorrei concludere la riflessione, cercando di sottolineare l’importante dimensione politica di un fenomeno il quale ha principalmente bisogno di paletti che lo incanalino nella direzione corretta e per cui il crescente clima di deregolamentazione altro non è che un incentivo a un’aberrazione molto pericolosa per la salute della città e per il mantenimento dei diritti dei cittadini stessi.

[1] Non sono rare le notizie di evasione fiscale da parte di queste compagnie, proprio lo scorso giugno Booking.com è stata accusata di aver evaso, in Italia, 150 milioni di euro di Iva: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2021/06/10/booking-accusata-di-evasione-di-153-milioni-di-iva-in-italia_d11b2402-3d28-48bf-8c0a-ba4d279c18cd.html

Bibliografia

Augé, M. (1999). Disneyland e altri nonluoghi. Torino: Bollati Boringhieri.
Koolhaas, R. (2006). Junkspace. Macerata: Quodlibet.
Koolhaas, R., & Otero-Pailos, J. (2014). Preservation is overtaking us. (J. Carver, A cura di) New York: Columbia University.
Lipovetsky, G., & Serroy, J. (2017). L’estetetizzazione del mondo, Vivere nell’era del capitalismo artistico. Palermo: Sellerio editore.
MIBACT – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. (2017). Piano Strategico del Turismo 2017-2022, Executive Summary. Retrieved June, 20, 2021, from https://www.beniculturali.it/mibac/multimedia/MiBAC/documents/feed/pdf/Piano%20Strategico%20del%20Turismo%202017-2022%20Executive%20Summary-imported-64555.pdf

Pfeijffer, I. L. (2020). Grand Hotel Europa. Roma: Nutrimenti.
Settis, S. (2014). Se Venezia muore. Torino: Giulio Einaudi editore.

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