PRESUNTI “TRADIMENTI” DI CARLO AYMONINO – di Alessandra Muntoni

La mostra dedicata a Carlo Aymonino alla Triennale di Milano s’intitola Fedeltà al tradimento / Loyalty to Betrayal e lo stesso Manuel Orazi, che ne ha curato il catalogo, li elenca nella sua introduzione. Il primo è quello verso la sua famiglia “di tradizione militare e aristocratica, iscrivendosi al PCI” e frequentando i corsi dell’APAO di Bruno Zevi “avversario irriducibile di Piacentini e di ogni classicismo”, pur restando impressa nel giovane studente l’impronta piacentiniana nel preferire la “calligrafia” e l’interesse per la città reale all’“attitudine avanguardistica della tabula rasa”. Il secondo contro Ludovico Quaroni e “l’errore populista” del borgo contadino della Martella, preferendo realizzare il rigoroso “pezzo di città” Spine Bianche con Chiarini, Lenci, Ottolenghi. Il terzo allo IUAV con le “suggestioni figurative” maturate (con diverse accezioni) insieme a Rossi e Dardi, infine con il Gruppo Architettura (1975-1976) e gli ultimi progetti ormai di “parti di città” e non più di “città per parti”.
L’allestimento della mostra, a mio avviso, forza la restituzione a tutto tondo umana e professionale del personaggio, dove la vocazione del disegno, per Aymonino disinvolta e onnivora, finisce per sovrastare quella di architetto, nonostante durante la sua vita egli l’abbia in fondo relegata in uno spazio interiore cui attingere spesso, ma segretamente e con discrezione. Disegnare, scrivere, teorizzare, progettare, costruire, insegnare, esporre, dovrebbero così apparire attività che tracimano naturalmente l’una nell’altra, in una regia unificante tra diverse attività. Ma non è così.
La pietanza ridondante di questa mostra, infarcita di figure-ricordo, autoritratti, progetti colorati, memorie famigliari che si susseguono nel percorso espositivo così da esporre una personalità giocosa e straripante dell’architetto, la grafica troppo sonora e invasiva del catalogo, non corrispondono ai miei ricordi diretti: il serio giovane assistente di Saul Greco che nel 1962 spiegava a noi studenti, con voce tremante, le dinamiche dell’urbanistica romana; il relatore alla Sezione del PCI a via A. Scarlatti che rispondeva imbarazzato alla domanda del compagno di base: “Ma noi una urbanistica per Roma ce l’abbiamo?”. E poi i suoi esemplari e sintetici libri sulla tipologia edilizia, sulla morfologia urbana, sulle origini e sviluppo della città moderna sui quali abbiamo studiato. Se poi mettiamo in fila le sue realizzazioni, troviamo coerenza e continuità: la decantata precisione delle sue originali case romane, la palazzina per la Cooperativa la Tartaruga, con Quaroni, (1951-54), quella di via Arbia (1960-1961) e la casa in linea di via Anagni (1962-1963; la concentrata misura dimensionale e cromatica del campus di Pesaro (1970-1980); l’edificio polifunzionale che disegna la piazza a esedra di Matera, con Panella e Corazza, (1987-1991); ma soprattutto la formidabile concezione sinfonica del suo Quartiere Gallaratese (1967-1974) e la tersa sistemazione della Sala del Marco Aurelio nei Musei Capitolini in Campidoglio (1993-2005) che riassume magistralmente tutto il suo lavoro progettuale.
Nessun “tradimento”, dunque, ad eccezione di quello verso il neorealismo. Ma chi tra i giovani di allora, nell’Italia che cambiava e si modernizzava a ritmi vertiginosi, poteva restar fedele a quell’ideologia pauperista priva di fondamento? Per Aymonino, invece, valeva la coerente consuetudine con alcune forme dell’architettura del presente e del passato attentamente studiate e selezionate, da ricomporre ed assemblare in sbrigliati congegni capaci di cogliere e dar senso alla dinamica dei contesti urbani. La figura semicircolare del teatro, al centro di molte sue opere, offre il senso di una viva presenza urbana della cultura e dei cittadini, nodo centrale della sua ricerca. Distinzione, invece, tra disegno e architettura: nel primo è consentita ogni variopinta commistione tra figura umana, memoria artistico-mitologica e spazio architettonico; la seconda è invece ambito che può solo abbracciare, senza toccare, elementi scultorei e decorativi provenienti dall’antico. Semmai, si tratta di “prelievo” e “re-contestualizzazione” di figure storiche, come del resto ha sempre fatto Le Corbusier, maestro intensamente ascoltato da Aymonino, come del resto anche Manuel Orazi ammette: procedimento però che Le Corbusier e Aymonino hanno assunto proprio dalle avanguardie.

mostra Carlo Aymonino

Scrivi un commento