“Lessico Metropolitano” – recensione di Mario Pisani

Ho conosciuto l’autore, architetto e scrittore, in occasione di una conferenza che ha tenuto nell’aula magna della facoltà di architettura ad Aversa, nel convento di San Lorenzo ad Septimum. Ha presentato il suo lavoro ad un pubblico di studenti. E lo ha fatto con ironia e leggerezza. Il risultato è stato interessante. Per la capacità di mescolare i due livelli: le conoscenze, forse persino il metodo, appreso nel corso degli  studi e il vasto mare della narrazione. Il tutto espresso con  facilità d’eloquio. Il ricordo di quell’incontro, unito al titolo che allude all’autobiografia di Natalia Ginzburg, ha favorito l’acquisto del volume.
Non la copertina che mostra una città piuttosto respingente che evoca le residenze in Cina. Né il fatto che l’autore abbia già scritto Metropoli per principianti, come recita la copertina. Anche in questo libro si parte dalla pandemia e dello stare a casa. Come se non ne avessimo abbastanza. Delle città vuote come apparivano agli occhi dei fotografi che le hanno immortalate. Unita alla necessità di ripristinare, nei corsi universitari, materie evaporate come igiene ambientale e architettura sociale. Forse si dovrebbero iniziare da queste fin dal primo anno, nei corsi di progettazione.
Il passo successivo consiste nella messa a punto di un glossario minimo dove si cita Hannah Arendt che ragiona sulla città moderna. Segnata dallo zoning. Gerarchica, in ossequio al modello produttivo della catena di montaggio che giunge fino alle relazioni sociali e alle residenze, avviate inesorabilmente sul modello delle gated community. Veri ghetti recintati e protetti, sorvegliati all’ingresso da personale in divisa, emigrate dagli State in tutto l’universo.
Per la fragilità dell’Italia varrebbe la pena inserire nel piano del governo l’ipotesi di riqualificare le coste demolendo chilometri di edilizia banale e del tutto prima di qualità. Riportare alla natura e consolidare gli argini e i letti dei fiumi. Campagne di forestazione per i crinali, per contenere i dissesti idrogeologici. Liberare la Brianza dallo sprawl indifferenziato. Bonificare la Terra di Lavoro dalle discariche tossiche etc. L’unico modo per tornare ad essere il Bel Paese.
Un richiamo alla memoria l’ho vissuto a proposito del paesaggio inteso come orizzonte della meraviglia. Qui si cita la vecchia giostra installata da Carsten Höllen nel Parco del Pollino in cima ad una collina per osservare, ruotando attorno all’asse, le acque dello Ionio e il Dolcedorme.
Il cuore del libro è composto da ritratti di città ad iniziare da Milano, la preferita, dove inanella con sagacia le nuove realizzazione. Per Roma sembra salvare oltre alla storia solo i Trionfi e i Lamenti di Kentridge sottolineando giustamente la lentezza nel fare. Ad iniziare dei vent’anni occorsi per la Nuvola di Fuksas. A Napoli come si fa non parlare delle meravigli delle stazioni della metropolitana? Peccato che il resto è silenzio, come ciò che l’avvolge, pomposamente definita città metropolitana invece di degrado.
Il tutto si conclude con la parte dedicata al design. Ritratti inediti di progettisti e produttori spesso tralasciati dalla letteratura corrente. Dialoghi edificanti con progettisti che vanno da Renzo Piano a Cini Boeri, da Laura Sartori Rimini e Roberto Peregalli a Zanellato/Bortotto, a Bonaccina. In pratica non tutto ma di tutto, rimescolando articoli e presentazioni per trarre un volume che non scontenta nessuna. Le poche note critiche sono bonarie come i consigli di un genitore.
Avrei preferito un tono rude e incisivo e la messa sotto accusa praticamente di tutti. Dalla caduta precipitosa delle facoltà di architettura all’inerzia degli Ordini, dalle star che pensano al proprio particolare sottraendo lavorio ai giovani ai critici sottomessi alle celebrità e pronti a cantar messa senza uscire dal coro. E’ questo il Lessico metropolitano?
Serve ben altra grinta per comporlo.

In copertina: Gianni Biondolillo, Lessico Metropolitano, Biblioteca della Fenice, Guanda Editore, Milano 2021, p. 270 € 18,00.

 

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