KENGO KUMA FA ESPLODERE IL LIBRO – di Alessandra Muntoni

Leone Spita, da anni studioso dell’architettura contemporanea del Giappone, sostiene che il metodo progettuale di Kengo Kuma – apparentemente rassicurante – consiste nel “selezionare un singolo materiale, trasformarlo in un piccolo modulo, infine, moltiplicarlo fino a ottenere l’intero edificio”, cosicché “la storia diviene in lui esperienza fondamentale che gli consente di addentrarsi nella modernità con il gusto per l’innovazione tecnologica e la sperimentazione progettuale” (“Metamorfosi, n. 04, 2018). Allo stesso tempo si può dire che questo procedimento dia la possibilità all’architetto giapponese di padroneggiare con grande maestria sia i piccoli spazi dei padiglioni, dei negozi o delle case da tè, sia quelli di grande respiro, fino ad una dimensione urbana e paesaggistica. La scelta dei materiali, anzi delle “sostanze”, è per lui molto importante, perché sono sempre naturali: legno, pietra, stoffa, alluminio, tali da ammettere una composizione per tessiture semplici e per intrecci complessi. Un procedimento che, sia pure basato sull’astrazione, sa includere la metafora e la simbologia.
Di un suo edificio di grande dimensione ho già parlato a proposito del V&A Museum di Dundee alla foce del fiume Tay in Scozia, dove Kuma s’ispirava al teatro giapponese detto Bunraku, e i pannelli orizzontali, che costituiscono la parete ombra-luce del museo, diventano il “burattinaio” che anima l’oggetto in mostra. Nel Tokorozawa Sakura Town, aperto alla fine del 2020 − un insieme di servizi che comprende un Centro culturale, una Biblioteca, un Hotel e un Santuario − il ragionamento si fa più complesso, anche per un rovesciamento di queste attività nella scena urbana, così da modellare nel segno delle quotidianità, attività culturali, mediatiche, artistiche, turistiche, religiose e di tempo libero. In questo caso la forma della biblioteca, che costeggia un teatro all’aperto e una serie di passerelle aeree che collegano le varie parti del complesso dietro un filare di ciliegi rosa, è il risultato della crescita di un elemento minimo, che funge la lastra esterna e che si ripropone all’interno in modo da fasciare un gigantesco spazio vuoto che ospita i libri, accessibili da liberi passaggi, solcato da fenditure che lasciano filtrare la luce. È una sorta di immenso canopo sfaccettato che emerge dal terreno, come se la Madre terra fosse scaturigine del sapere, un sapere antico che può ormai essere assimilato in una esperienza alla portata di tutti, quasi un dono.  “It represents the Earth‘s energy that breaks through the ground”, scrive Kuma.
La figura, consolidata seppure sempre diversa dai vari punti di osservazione, emerge e si allarga verso l’alto restando qua e là sfrangiata ma sicura di sé: desta curiosità ma apre con l’osservatore, anzi col passante, un colloquio cordiale, quasi cercando di essere esplorata e vissuta. Un modo intelligente di coniugare l’eccezionale, la stravaganza, col fluire serio e insieme giocoso della vita. Suggestiva, all’interno, è la grande scultura luminosa di un libro aperto osservato da una bambina.

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