“Albania nel terzo millennio Architettura, Città, Territorio” – recensione di Mario Pisani

Dopo aver esplorato con cura e passione l’architettura in Cina, dalle origini ai nostri giorni, evidenziano il ruolo svolto dalla cultura occidentale, per realizzare un testo che non si può fare a meno di conoscere, se ci si vuol occupare di quel grande Paese, la curatrice, docente a La Sapienza, applica la formula già sperimentata per affrontare il Paese delle Aquile. Il risultato consiste nella realizzazione di un libro di sicuro interesse anche grazie ad una metodologia di approccio che riesce a tenere insieme senza problemi i testi di  studiosi italiani e albanesi.
L’elemento che incrementa la validità del volume consiste nel fatto che non si ferma al nostro tempo, come il titolo potrebbe far supporre, trascurando la storia, l’archeologia e il paesaggio naturale perché, in un saggio della stessa curatrice, si affronta proprio la questione dei siti archeologici come Butrinto, dove si trovano le rovine di un antico teatro romano;  il castello di Argirocastro con il suo centro storico, patrimonio dell’UNESCO; il ponte ottomano di Mesi nei pressi di Scutari. Ed ancora Apollonia, Phoenix ed altri centri che sono all’interno di parchi nazionali protetti e, mostrando quel che resta, ci parlano della storia materiale dell’Albania.
Maksim Mitrojorgji accresce l’interesse per l’argomento componendo un saggio calibrato e partecipe  sull’identità dell’urbanistica e dell’architettura vernacolare, mettendo in mostra abitazioni uniche e di rara bellezza che resistono egregiamente al confronto con la contemporaneità. Anzi superano per qualità e ricchezza espressiva le banali residenze appena terminate, mostrandoci come l’antico possiede spesso quelle qualità che gli permettono di resistere al consumo del tempo e delle mode. Il testo, che rintraccia gli etimi del linguaggio, è accompagnato da magnifici disegni che documentano l’eredità e la memoria. Questa, come giustamente sostiene l’autore, citando Antonio Pennacchio, “… non consiste assolutamente in una regressione del presente nel passato ma, al contrario, in un progresso del passato nel presente”. Il corretto pendant avviene con la riflessione di Frida Dragusha Dibra che illustra l’evoluzione dell’architettura residenziale popolare albanese. Anche qui con bei disegni fatti a mano. Un modo di esprimersi che non si riesce a trasmettere alle giovani leve, sedotte dalla fredda forza del computer che annulla il palpito sensibile dell’organo.
Non è questa la sede per ripercorrere la varie vicende, puntualmente affrontate nei testi,  che hanno legato l’Albania all’Italia fin dall’epoca romana per giungere agli anni Trenta, dove Tirana si trasforma nella Capitale con i progetti messi a punto ad iniziare da quelli di Armando Brasini, per seguire con Florestano di Fausto e Gherardo Bosio e giungere fino ai nostri giorni dopo la lunga marcia nel grigiore del periodo comunista. Questo ha lasciato in eredità, insieme ai monumenti che inneggiano al regime, la lunga lista di bunker in cemento armato pensati per rispondere  all’invasione del nemico.
Su Bosio, architetto fiorentino, di sicura utilità il saggio di Paolo Di Nardo. Favorisce la comprensione  della lezione di quella scuola che mette a punto, aderendo alla lezione di Marcello Piacentini, una cultura del progetto contemporaneo avanzata, soprattutto se paragonata a quella che mostra Tirana oggi. La città sembra progettata solo per rispondere a fini speculativi di risorse di dubbia provenienze. Appare con quella lunga serie di grattacieli, firmati dai nuovi protagonisti dello star system, che annullano le costruzioni degli anni 30 oscurando persino la bella moschea Et’hem Bej edificata alla fine del 1700. Viene da chiedersi se siano realmente utili per vedere esprimersi al loro interno la calda vita dell’uomo. Il pessimismo della ragione ci fa prevedere che, come in altre città del mondo, rimarranno sfitti e sottoutilizzati.
Tra gli interrogativi sollevati dal volume ci piacerebbe riuscire a comprendere, per averlo conosciuto personalmente, in occasione del concorso internazionale sul futuro della città, il ruolo che sta svolgendo il primo ministro Edi Rama, artista, sindaco per tre mandati di Tirana e attuale Primo Ministro, autore anni or sono della campagna coloriamo la città, che non solo non si è opposto alla demolizione del Teatro Nazionale, ma sta favorendo l’onda speculativa. Questa ha generato, come ha scritto Franco Purini, “un esperantismo fatto da una serie di frasi architettoniche prelevate da contesti linguistici diversi, lontani e lontanissimi”. Occorre ricordare che “Un collage destrutturato di frammenti lessicali non costituisce un discorso ma si limita a generare un’apparizione volatile, un’apparizione celibe, priva di una vera consistenza”.
Riporto la citazione con rammarico perché gli esordi avevano fatto ben sperare. Ad iniziare da quella proposta per la Biennale di Venezia dove si entrava in un bunker per uscirne imbambolati dai flash che colpivano il visitatore. La luce testimoniava egregiamente l’effetto provocato dall’improvvisa  libertà appena conquistata.
Oggi ? L’auspicio che ci sentiamo di fare è che passata la sbornia del sentirsi simili a Manhattan, si torni a ragionare sui lasciti di personaggi come Maks Velo e tanti altri che hanno ben compreso il percorso originale compiuto dall’architettura di questo popolo.

In copertina: A cura di Nilda Valentin, Albania nel terzo millennio Architettura, Città, Territorio, Gangemi Editore International, Roma 2021, p. 160 con numerosi disegni e foto a colori e in b. e n., €32.00.

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