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SERGIO LENCI E LA COSA CHE “NON C’È” – di Alessandra Muntoni

Il 28 scorso la trasmissione “SeDici Storie” (RAI-Storia) ha ricordato la drammatica vicenda dell’architetto Sergio Lenci che, il 2 maggio del 1980, è stato aggredito da un commando di Prima Linea proprio nel suo studio. Legato, ha subìto una specie di condanna a morte e gli vengono sparati da Ciro Longo due colpi di pistola, uno alla nuca e l’altro di striscio alla tempia.
Non morirà, per uno strano disegno del destino che lo condannerà a una vita angosciosa e precaria. Non sarà possibile operarlo e resterà con quel proiettile conficcato nella testa a ricordargli, attimo per attimo, quel giorno maledetto. Ripresa l’attività di docente, passerà il resto della sua vita, più di vent’anni (morirà nel 2001), nel cercare di capire le ragioni di quanto gli era accaduto, nel cercare la verità. “Perché io? Cosa ho commesso per meritarmi l’assalto terrorista? Cosa rappresentavo io per i terroristi?”. Queste le domande che continuamente si poneva, e che ha voluto porre direttamente agli attentatori alla sua vita, andandoli a trovare in carcere, uno per uno, tenendo persino una corrispondenza con colei che, forse a torto, aveva sentito come una persona con la quale poteva, se non entrare in confidenza, almeno conversare apertamente sull’accaduto: Giulia Borelli.
Non ne verrà a capo. Nessuno spiegherà nulla, anzi dimostreranno tutti una personalità sfuggente, incapace di trovare un nesso forte tra la gravità dei loro atti e il destino della loro strategia perdente, pretendendo addirittura “il perdono”. Nella trasmissione, Walter Veltroni, che già aveva presentato alla “Casa dell’Architettura” di Roma il libro-memoriale di Lenci Colpo alla Nuca, vincitore del Premio Pieve nel 1987, ha messo in evidenza un aspetto col quale la società e la politica italiana devono ancora fare i conti: la solitudine nella quale hanno costretto Sergio Lenci. Il figlio Ruggero, anch’egli architetto − lo aveva accompagnato nel viaggio negli Stati Uniti intrapreso per allontanarlo dal contesto italiano per lui ormai pericoloso − ne ha tratteggiato, invece, l’affetto paterno e la sua costante presenza in famiglia. Come studentessa lo ricordo assai bene negli anni Sessanta come assistente al Corso di Composizione III di Roberto Marino, e poi a sua volta come docente di Composizione. Una presenza sempre attiva, seppur provata dall’assillo del dramma vissuto, pronto a polemizzare, a entrare nel dibattito vivace in Facoltà con alcuni colleghi che mal sopportavano le sue contestazioni, col sospetto mai sopito che alcuni frammenti del mondo universitario fossero stati responsabili nell’individuarlo e nel segnalarlo come autore degli edifici carcerari contestati dai brigatisti. Mai nulla di certo, però.
Leonardo Sciascia ha scritto per “L’Espresso” (27 aprile 1980) un articolo che ci offre uno spunto di grande intelligenza. Confrontando l’atteggiamento del mafioso e quello del brigatista, dice così: «Il mafioso − come ha dimostrato Henner Hess − non sa di essere mafioso, vive nella mafia come nella propria pelle. Vive dentro una cosa che “c’è”. Ma il brigatista rosso sa bene di vivere dentro una cosa che “non c’è”. E appunto nel momento in cui vede allontanarsi la realizzazione − in cui ha creduto, per cui ha lottato, per cui ha ucciso − necessariamente deve fare i conti con la cosa “che c’è”». Per cui, il mafioso tra la stima dei sodali e la sopravvivenza, sceglierà di morire; mentre il brigatista, tra la vita e la morte, sceglierà la vita.
Ecco, quei brigatisti di Prima Linea, hanno scelto la vita, ma senza un vero pentimento, nel dire e non dire qualcosa della loro esperienza politica e umana per allontanarsene senza essere convincenti. Perché avevano a che fare, appunto, con la cosa che “non c’è”. E che quindi, amaramente, non può ammettere nessuna verità. Oggi questa stagione si è improvvisamente riaperta con il mutamento della politica di Macron rispetto alla cosiddetta “dottrina Mitterrand”. È una occasione da non perdere per pretendere che sia fatta luce su tante zone buie ancora rimaste su quel periodo che ha modificato radicalmente le nostre convinzioni ideali e i nostri comportamenti.

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