PAOLA D’ERCOLE, ARTE COME RIMOZIONE DELL’ESISTENTE – di Alessandra Muntoni

Per gli architetti del “Gruppo Labirinto” – Paola D’Ercole, Giuseppe Marinelli, Paolo Martellotti, Pia Pascalino, Antonio Pernici – l’arte e l’architettura sono sempre stati termini non sinonimi ma certo intercambiabili. Maturati a Roma negli anni Sessanta del Novecento, all’ombra della seconda avanguardia ricca di pulsioni utopiche, eversive, corrosive, si sono rivolti alla ricerca artistica, alla sperimentazione, alla grafica illuminata dalla policromia, alla vocazione internazionale e allo scambio reciproco tra di loro e con altri della stessa o di altre generazioni. In quel gruppo, Paola ha rappresentato forse la figura più estrema, vivendo nell’onda di un’esperienza di vita ricca e travagliata da allontanamenti, da perdite laceranti, ma anche dal grande amore e comprensione di amici e colleghi la cui amicizia si è sempre confermata.
Pochi anni ci distanziavano, ma a quell’epoca erano anni di grande intensità che marcavano forti differenze e forti identità. Noi del “Gruppo Metamorph” e loro, e Paola, avevamo in comune almeno due concetti: la complessità e l’interesse per il linguaggio, anzi per la relazione tra diversi linguaggi. Anche l’attenzione per la città, per la quale noi avevamo progettato il “Pattern metamorfico” e Paola la “Città irreale”. Poi c’era la fascinazione delle avanguardie storiche, del Costruttivismo in particolare.
Ora Carlo Severati − che da anni dirige la “Galleria Embrice” a Via delle Sette Chiese, qui a Roma, tra la mitica presenza della Garbatella e i nuovissimi edifici dell’Università di Roma Tre − le ha dedicato una mostra di grande interesse. Non era facile, nella grande quantità di opere prodotte da Paola (disegni, quadri, collage, sculture…) fare una selezione che restituisse l’intera congerie delle tensioni, intuizioni, pulsioni dell’artista, ma la cosa è riuscita benissimo, rafforzata addirittura dalla concentrazione nell’ambito esiguo della galleria. Tra di  esse fila quasi un discorso, un colloquio, che rimanda da un oggetto all’altro, dove il decostruire e ricostruire, disaggregare e riaggregare, tagliare e sovrapporre, scollare e incollare, scolorare e colorare, confondere e con-fondere, ci riportano a quello che Paola insegnava ai suoi studenti. Me lo aveva riassunto circa venti anni fa, quando ero andata a trovarla nella sua immaginifica casa per farle un’intervista: “i segni sono infiniti, un loro ordine è impossibile”, “traumatizzare la logica costruttiva”, “eliminare il nodo, il punto d’incontro”, “fondare l’opera architettonica nel traslato tra natura e artificio”, “ragionare sullo scarto, sulla discontinuità, sulla zona d’ombra (le città irreali)”, “provocare una rimozione della struttura esistente per far posto al progetto”. Sono insegnamenti tutt’ora validissimi.
Achille Bonito Oliva ha interpretato il lavoro artistico di Paola D’Ercole come il desiderio di “rappresentare l’indicibile”, immaginando quasi la “fondazione di un diverso spazio estetico”. Ebbene, oggi possiamo entrare in quello spazio, visitarlo per una settimana, che sarà per fortuna replicata ai primi di settembre.

 

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