Nuovi scenari urbani – di Massimo Locci

In questa fase di grandi cambiamenti e grandi incertezze, molte importanti istituzioni, come l’INU e l’IN/ARCH, che storicamente si sono occupate della struttura e dell’organizzazione urbana, hanno avviato una riflessione sul tema della città, sia in relazione ai cambiamenti portati dal digitale, sia in relazione alla loro accelerazione dovuta al Covid.
La città è messa in discussione nelle sue funzioni e specificità e va sicuramente ripensata assecondando il declino delle megalopoli globali (modello figlio delle distorsioni economico-finanziarie), portando riflessioni che provengono da mondi diversi: l’antropologia, la sociologia, il marketing territoriale, le scienze politiche e, ovviamente, l’architettura devono compiutamente fornire temi e focalizzarli per consentire all’urbanistica e alla pianificazione economica di uscire dallo stallo attuale.
Le domande che molti studiosi si pongono, in via preliminare, derivano da quella centrale e apparentemente banale: a che serve la città in epoca di rapporti interpersonali sempre più rarefatti? In dibattito fino a un mese fa si è concentrato su alcuni temi, apparentemente definitivi.
Il lavoro cambia e diviene smart working, molti restano a casa, dovunque essa sia. Il mondo imprenditoriale si trasforma, come organizzazione aziendale e tecnologica. Ci s’interroga sul destino delle aree direzionali e delle torri per il terziario, su cui hanno investito le città più dinamiche. Soprattutto gli uffici open-space potranno riconvertirsi in residenze?
La formazione e l’istruzione prendono la strada della “didattica a distanza”, abbandonando le aule fisiche. La cultura e l’arte scelgono l’online, innanzitutto per la fruizione. Anche il divertimento e l’intrattenimento (dai film allo sport) viaggiano anch’essi sulla rete.
Le aziende puntano sul commercio elettronico, per allargare il bacino di clienti e per una semplificazione dei rapporti commerciali.
La politica si svolge a distanza, sui social, sui siti informativi, l’agorà è virtuale. Per le prossime elezioni amministrative, ad esempio, non si prevedono comizi o grandi eventi pubblici. Al massimo piccoli incontri specializzati per singole categorie di elettori (meglio se stakeholder di settore) o gli onnipresenti gazebo.
Con la fine del lockdown molte previsioni si sono dimostrate in parte infondate: le città si sono immediatamente rianimate e i luoghi di ritrovo sono affollatissimi. Il bisogno di socialità è molto forte.
La crisi che stiamo vivendo non è, comunque, solo negativa perché ha accelerato alcuni processi, che costringono a immaginare nuovi modelli per i servizi, gli edifici e lo spazio pubblico; possibilmente in maggior dialogo con le valenze ambientali e capaci di garantire anche protezione sanitaria e inclusione sociale.
Il Covid 19 ci ha sicuramente costretto a cambiare i nostri sistemi di vita, a imparare quante ulteriori attività si possono fare da casa, ottimizzandone e potenziandone le funzionalità. I progettisti sono chiamati a ripensare gli edifici: sia le unità abitative per far fronte a nuove esigenze, sia le unità di vicinato con spazi di pertinenza all’aperto.
Con lo smart working diminuisce il traffico urbano, l’inquinamento, si consente ai lavoratori di gestire meglio il proprio tempo. Assistiamo anche a un embrionale ritorno al Sud, il ”south working”, e a un riequilibrio grandi città-centri minori.
Solo i servizi per il cittadino che prefigurano la smart city, in cui tutto è raggiungibile online, stentano ad affermarsi e, non a caso, è un punto nodale del PNRR.
La cultura si valorizza con l’online, per la fruizione ma anche per la produzione, che diviene immersiva, interattiva, multimediale. Un moderno spazio museale si struttura sempre più per consentire la fruizione virtuale degli spazi e dei contenuti.
Dopo anni di svalutazione dei negozio di prossimità e di qualità, a favore dei centri commerciali (surrogati dei centri storici), se ne riscopre la necessità. Bisogna fare ulteriori progressi in questo senso, con sostegni e scelte amministrative, per evitare che il commercio nelle aree turistiche diventi unicamente fast-food e negozi di souvenir.
La didattica a distanza avvicina anche alle nuove modalità informatiche-interattive e cambierà proficuamente lo spazio della scuola e dell’università.
Il problema è, dunque, duplice: come rendere queste attività nuove, gratificanti, efficaci, innovative, non repliche stanche e obbligate delle attività in presenza; come ridisegnare la città e le sue funzioni in relazione alle novità. In altri termini, cosa rendere stabile, perché migliore e più compatibile, anche dopo la fine della pandemia, e che cosa invece restituire alla presenza e all’interazione fisica, in quali modalità e con quale arricchimento, oltre che con quale commistione.

In copertina: immagine tratta da https://www.infobuild.it

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