Modernità nei Balcani da Le Corbusier a Tito – recensione di Mario Pisani

L’autore ha fondato lo studio Ottone Pignatti per progetti di rigenerazione urbana e dello spazio pubblico. Insegna al Dipartimento di Architettura di Pescara e da tempo, con convegni, studi e ricerche, si occupa dell’Adriatico-Balcanica dove, per dirlo con Matvejević, “parole, suoni, cibi e sapori di queste regioni sono simili e ricorrenti e si intrecciano tra loro offrendo una multi etnicità linguistica, culturale e culinaria”.
I numerosi workshop, incontri e viaggi effettuati hanno permesso a Pignatti di mettere a punto un testo davvero unico che progressivamente svela la cultura, non solo architettonica, della ex Jugoslavia, evidenziando quel neglected modernism che ha iniziato ad essere divulgato con la mostra al MoMA di New York del 2018, Toward a Concrete Utopia. Architecture in Yugoslavia 1948 – 1980, e trova in queste pagine un ulteriore approfondimento.
Come inizia l’avventura che mette in discussione il linguaggio tradizionale? Gli influssi provenienti dall’Oriente e quelli dalla mitteleuropa? Con Le Voyage d’Orient di Charles-Èdouard Jeannerer, effettuato nel 1911 in compagnia di William Ritter, pubblicato solo nel 1966. Illustra mostra aspetti inediti dell’architettura nei Balcani e rappresenta la probabile fonte di ispirazione per la mano aperta e i cinque punti dell’architettura. Ma anche con l’influenza delle poetiche di personaggi come Adolf Loos, Hans Poelzig e Peter Behrens, docenti di numerosi studenti slavi che hanno studiato a Vienna o Berlino oppure lavorato nello studio di Le Corbusier a Parigi per poi tornare nei luoghi d’origine. Un mescolanza davvero affascinante.
Nel secondo dopoguerra un ruolo essenziale per la modernizzazione del paese è svolto, fino alla sua morte avvenuta nel 1980, dal personaggio carismatico Josip Broz Tito, ideatore del distacco da Mosca e della nascita dei “paesi non allineati”. Un momento di grande rilevanza anche per l’architettura consiste nella ricostruzione di Skopje, dopo il drammatico terremoto del 1963, con il concorso internazionale che ha posto la città sotto i riflettori. Da non sottovalutare infine il volume di Duśan Grabrijan e Juraj Neidhardt  Architecture of Bosnia and a way (to) modernity, un puntuale ragionamento sul rapporto tra luogo, progetto e architettura analizzato attraverso la cultura, la storia e la religione di Sarajevo, con cui si conclude il volume, pubblicato nel 1957. Anni prima di quel disastro ancora inspiegabile messo a confronto con la recente pandemia da Paolo Rumiz ne Il veliero sul tetto. “-…..Immagina di essere ferito mentre vai a respirare in terrazza. E, invece del silenzio, di avere granate che cadono ogni tre minuti. Ecco, è Sarajevo durante l’assedio”.
Pignatti riesce a descrive bene anche il clima culturale di quell’insieme di realtà che andavano sotto il nome di Jugoslavia, abitata da personaggi come il filosofo Slavoj Žižek che coniuga Marx con Lacan. Marina Abramović per l’influenza esercitata sulla performance art. Il regista Emir Kusturica autore di numerosi film grotteschi e surreali che hanno mostrato il volto ignoto di quel popolo. Per quanto concerne i progettisti, oltre ai già citati attivi in Bosnia, per il lavoro attento al linguaggio si segnala Edvard Ravnikar, che ha seguito l’insegnamento di Jože Plećnik l’architetto dei capolavori di Lubiana, mentre l’allievo è autore di uno struggente memoriale per un campo di concentramento italiano sull’isola di Arbe dove si avvertono echi scarpiani. Ho avuto modi di conoscere e intervistare, grazie a Slobodan Selinkić, Bogdan Bogdanović,  sindaco di Belgrado e autore nei luoghi degli eccidi nazifascisti di numerosi monumenti alla resistenza. Un personaggio di sicuro spessore culturale che merita una puntuale indagine sul suo ampio lavoro che oggi inizia ad essere rivalutato.
Un altro pregio del volume consiste nella dettagliata analisi della geografia, storia e città della regione balcanica, dal turco balkan, montagna,  quella terra di mezzo che ha ricordato a me e a molti della mia generazioni i primi viaggi in nave da Pescara a Spalato o da Ancora a Zara, le magnifiche isole dove si praticava il nudismo in compagnia di belle donne, le albe in attesa che aprissero i chioschi per i burek ancora caldi, il caffè turco e i dolci speziati.
Il percorso nelle città, dove perdersi è un’arte tutta da imparare, va esplorato. Ad iniziare da Lubiana con la magnifica biblioteca universitaria per passare a Belgrado la prima capitale moderna e poi Zagabria con gli echi neoclassici e Sarajevo dei fratelli Kadić e l’intrigante Moschea bianca di Zlatko Ugljen del 1980. Da segnalare anche gli interventi all’estero di Vjenceslav Richter con lo splendido padiglione all’EXPO di Bruxelles del 1958, quello alla XIII Triennale di Milano del 1963 e il magnifico disegno che evoca il lavoro di Maurizio Sacripanti, copertina del volume già citato sull’utopia in Yugoslavia, memoria di un sogno infranto.
Si conclude il volume con l’attesa del prossimo su cosa sta avvenendo oggi.

In copertina: Lorenzo Pignatti, Modernità nei Balcani da Le Corbusier a Tito, Lettera 22, Siracusa 2019, p. 368 con numerose foto in b. e n. e a colori, €29,00.

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