“Le parole del corso Abbecedario per un corso inattuale di composizione architettonica” – recensione di Mario Pisani

L’autore, nato a Nancy, vive a Spoleto e ha frequentato la Facoltà di architettura a Firenze dove ha  insegnato, come nel dipartimento edile architettura a Perugia. Dopo la laurea con Adolfo Natalini e la collaborazione con Gian Carlo Leoncilli Massi, assistente di Maurizio Sacripanti negli anni in cui il sottoscritto frequentava Valle Giulia.
L’abbecedario allude alla funzione didattica, quando la composizione architettonica costituiva la base dei corsi più importanti e ha rappresentato un pilastro della trasmissione della conoscenza del progetto in facoltà. Lo rammenta Paolo Belardi nella lucida premessa, “oggi è diventata inattuale (…. ) soppiantata dal termine progettazione” che non tiene conto del lungo percorso iniziato con la trattatistica rinascimentale, sviluppata dalla nascita dei politecnici e giunto fino alla mia generazione. Purtroppo “ora questo è perduto” ci ricorda Aldo Rossi. Caparbiamente però il nostro autore torna ad esplorare, in ordine alfabetico, i lemmi di una lingua che non vuole rinunciare a ciò che è stata.
Si inizia dall’arco, versione nervosa delle trave. E con Louis Kahn torna in mente la domanda rivolta al mattone: “Che cosa vuoi, mattone?”. Il mattone ti risponde: “Vorrei essere un arco”. E se tu dici al mattone: “Senti, gli archi sono costosi, potrei usare un architrave di cemento su di te, che ne pensi?”. Il mattone dice “… vorrei essere un arco”. Si tratta di un invito a consultare la natura e l’anima della materia, in sintonia col fatto che “i materiali naturali hanno un modo speciale di mischiarsi”.
Il disegno rappresenta realmente, come afferma Franco Purini, l’atto fondante nella formazione del progettista, oltre allo strumento per controllare completamente l’opera che si vuole realizzare mentre le architetture interrotte, perché rimaste a stato di progetto, penso al Danteum di Giuseppe Terragni, hanno aperto squarci indelebili nella storia della disciplina. Su questi si torna puntualmente a ragionare.
Di sicuro interesse oltre alla riflessione su junke-space, messa a punto da Rem Koohlas sullo spazio contemporaneo, quella sull’errore che sovente arricchisce il modo di procedere tradizionale mentre per ciò che concerne il giunto nota che occorre partire “dalle fondazioni e poi dai muri, mattone su mattone, e poi trave su mattone, e poi coppo su coppo”, una metodologia di intervento che evita di sicuro molti errori.
Come non condividere le osservazioni sulla luce che “nei mesi di luglio in Umbria è come lo sguardo della Medusa: cristallizza tutto” con ombre corte che evidenziano il confine netto tra la luce e l’ombra e favorisce le modanature leggere per ottenere “buoni effetti di chiaroscuro”. Potremmo procedere  con il restauro che ci rammenta la nostra situazione dove si costruisce sempre nel costruito. La tecnica, che accanto alla funzione permette di raggiungere la bellezza. La decorazione che certamente non allude al superfluo. Del resto come dimenticare la scritta apparsa sui muri della Sapienza che recita: toglieteci tutto tranne il superfluo.
Forse solo questo tempo, ancora tormentato dalla pandemia, mentre si affacciano all’orizzonte altri flagelli o la variazione dello stesso, può indurci ad un ritorno all’essenziale depurato dagli orpelli. Un ulteriore pregio del volumetto consiste nel fatto che alla fine dei testi evidenzia una bibliografia minima dove mescola con  un ottimo risultato non solo i classici della disciplina, esempi di opere realizzate e brani musicali. Rinviano a Leon Battista Alberti che raccomandava agli architetti di studiare musica, in quanto in essa vi si potevano ritrovare le stesse proporzioni; per concludere  con l’interessante passaggio nella ricerca della perfezione e armonia degli edifici, suddivisi da Eupalino in tre categorie: muti, che parlano e che cantano. Quelli che stiamo aspettando.

 

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